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 Titolo provvisorio: “Vi porterei tutti quanti al mare..”
 

 

All’inizio d’ogni percorso c’è il sentiero all’origine del pensiero stesso  che, scalai forte e inciso e, lungo il quale, dopo averlo tardamente scoperto ho cominciato a camminare e a volare; è stato tardi, l’ho scoperto tardi, ma nella vita come non si è mai troppo soli, perché c’è sempre qualcuno che ogni giorno con un gesto o, finanche con il solo pensiero ti è vicino, così cè  sempre tempo per imparare e capire gli sbagli fatti. La coscienza ci guida in questa presa di posizione.

Non parliamo di angeli custodi parliamo, diciamo così, di uomini buoni di buona volontà.

E tu questo lo sai. Allora ti fai forte, vai avanti e cammini, cammini..ed ecco il sentiero, impervio,mostruoso. Lo superi.

Sono infiniti i sentieri che come i fili e cordoni abbelliscono le montagne e i declivi intorno alla città, che confluiscono verso la strada bianca, oppure vicino all’acqua, o nei verdi campi o nei faggeti.

L’istinto dell’uomo traccia quei sentieri e i più belli sono quelli conquistati con il sole e con un sorriso.

Su questi sentieri si riposa il guerriero stremato dalla lunga battaglia, si riposa la formica dopo aver raccolto le provviste per l’inverno, si riposa il pastore dopo aver errato per le campagne di gregge in gregge, si riposa l’uomo per pregare o per far i conti di quello che con la sua coscienza si è guadagnato.

Questi sentieri conducono al mare…

 

 

Capitolo I

  

La macchina filava liscia sull’autostrada. Sulle strade inglesi si può camminare spediti.Era davvero inebriante  premere sull’accellaratore  con l’ebbrezza  d’un tempo  e sfrecciare  veloce su quelle strade così lisce.

Gli occhiali e un berretto per ripararsi dal vento che data la velocità entrava vorticosamente , prepotentemente, nell’abitacolo della vettura..

Cristina aveva un fazzoletto  a scialle lungo la testa che nascondeva in parte la lunga chioma fluente nera corvina. Guardava il profilo dell’uomo intento a gareggiare con la velocità.

Entrambi rimasero in silenzio.

Giovanni continuava la sua gara: non resistendo  oltre le sollecitazioni dei suoi muscoli pigiò a tavoletta l’accelleratore giungendo alla “paurosa” cifra di 260Km indicata sull tachimetro.

Cristina lo redarguì: “Dai non fare lo sciocco!” appoggiandosi al poggiavano della spider.

“un attimo, solo un attimo .. lasciami sfogare..guidare così per me è  eccitante..”

Cristina scosse il capo, in segno di resa.

Prese la borsa tirò fuori il  pacchetto di sigarette, ne estrasse una e sembrò particolarmente gradire le volute di fumo che in quel momento si mischiavano al turbinio del vento provocato dall’alta velocità.

“Me ne accendi una?” chiese Giovanni.

Cristina l’accontentò.

L’uomo fu costretto a decelerare per mettersi la sigaretta in bocca e perché aveva visto i cartelloni che indicavano,  una stazione di rifornimento molto prossima.

“Sei stranamente taciturna, cos’hai?” le chiese..“E me lo domandi?”

Tra un po’ saremo arrivati a Londra. Ognuno tornerà a casa propria tu mi scaricherai dicendo che domani inizierai la tua giornata fitta fitta d’impegni nella City, io che aspetterò la tua telefonata per tutto il giorno, poi se ti va il prossimo week-.end.. potremo andare in Galles,   sempre però che tu non debba partire all’improvviso.. e io ad aspettarti.. tu nel fratempo te la spasserai con qualche sgualdrina, a pagamento o che ti si concede liberamente, fa lo stesso, conosciuta nel mondo dell’alta finanza e così via. Perpetueremo le nostre giornate..”.

Giovanni, gettò uno sguardo obliquo alla donna che le stava vicino con la voglia di smorzare il sarcasmo che le si era acceso.

“Cristina io non..”

“Tu non te la senti di andare avanti, vuoi scaricarmi.. prima di me lo hai fatto con Jaqueline, poi con Emma, poi con Diana..che credi ,che non lo sappia come hai ridotto quelle poverette?

Prima le hai illuse promettendo di metter su una casa, una famiglia, dei bambini..poi invece? Non fa per te, vero?” inquisì la donna in tono aspro.

“No, ma, lasciami finire..vabbeh..vuoi che sia sincero?” balbettò Giovanni.

L’auto nel frattempo giunse in un’area verdeggiante e l’uomo accosto per parcheggiare.

Prima di scendere, la guardò con quei grandi  occhi espressivi e la fissò in attesa di una sentenza che già sapeva, ma sperava non arrivasse mai.

“Ebbene hai ragione.. non sono proprio tagliato per la famiglia e la vita del “pantofolaio”.

Scusa anche tu, Cristina, ma questa vita non fa per me.. mi rendo conto che non riesco ad avere un rapporto costruttivo con l’altro sesso mi sforzo.. credimi, ma nonostante i mie sforzi  sento che il mio destino è segnato: rimanere solo. Questo è ciò che mi spetta in futuro e che mi dice il  cuore..sarà stata forse a causa della mia educazione, anzi, della mia non educazione in quanto i miei genitori  li ho appena conosciuti e forse certa sensibilità non la sono riuscita nemmeno ad acquisire con il tempo.

+Non so cosa volgia dire essere un genitore perché non lo sono, ma non so neanche cosa voglia dire essere figlio perché, non lo sono mai stato.

Sono stato educato da mia nonnna che ora In Italia,  vive da sola.

Cristina .”

Lei guardò lontano verso il chiosco della sosta dove era situato il bar, in silenzio.

“Andiamo a prendere qualcosa? In fondo è così che ti ho rubato il pimo bacio, invtandoti ad uscire e portandoti su quella bella terrazza dei magazzini Harrods, a Londra, dove ordinasti, pensa, lo ricordo ancora,  un tè con una pasta alla frutta che ti servirono guarnita  con una foglia di menta.”:

“Già, fu proprio lì che mi imbrogliasti..come sempre” scherzò lei-

“Ma non ti dipiaque, lo so bene, sennò ora staresti a casa a vedere la tivù o a seguire qualche tuo anziano che ti chiama sempre e che ha bisogno delle tue cure. Dì, un po’ fai sempre il volontariato?

“E’ sorprendente scopire che ti piaccia fare l’amore come una grande esperta , dietro quella tua faccia da brava ragazza e la tua educazione  da buona famiglia..”

Cristina gettò la sigaretta a metà in strada, nel largo spiazzo della piazzola prima di chiudere lo sportello e abbassò lo sguardo quasi vergonota, ma indignata.

“Ti dispiace essere meno volgare?” sbottò

“Dai, in fondo la vita è un gioco..” ribattè l’uomo scendendo dalla macchina.

“Certo, Cristina, fai questo, fai quello...?”

“Cosa credi di fare, cosa credi di essere, Giovanni?”

Giovanni chiuse lo psortello, corse dall’altra pare e l’afferrò per un braccio, poi le puntò il volto negli occhi.

“Stammi bene a sentire, prima esci con me, mi dichiari amore, ti fai scopare, accetti tutte le regole del gioco, ti fai comprare i regalini, ti fai portare a cena fuori.. poi quando vieni messa alle strette, cominci ad accusarmi di essere questo, di aver fatto piangere tante ragazze.. mi dispiace, Cristina, io sono così, prendere o lasciare, ma se lo sapev,i allora non dovevi accettare la mia corte fin dall’inizio..”

Era stato crudo nel esprimesi, ma le sue parole erano state fin troppo chiare.

Cristina sbottò a piangere e, malgrado lui cercò di passarle la mano sul volto per asciugarle le lacrime, che scendevano copiose, lei sgattaiolò, strattonandolo e allontanandosi.

Giovanni la rincorse. Quando Cristina fu afferrata espresse: “Cristina, ti prego, scusa, sono stato duro, ma purtroppo io.. non era mia intenzione..Non fraintendermi: se fossi in cerca di situazioni sessuali particolari potrei rivolgermi ad una squillo, non credi?

Cristina si sentiva derisa, umiliata e ferita.

“Vattene non voglio vederti più..”mugugnò piangendo. Dalla borsetta estrasse un portatile e chiamò un taxi.

E così, sulla piazzola di quella bella autostrada, sul limitare di verdi arbusti, e sullo sfondo di verdeggianti colline, tra il garrire delle rondini e il profumo dei fiori di lavanda d’una primavera ormai imminente si concluse un’altra storia per Giovanni Ferrini.

 

 TOC \o "1-3" \h \z ****

  

Giovanni  usci’ dall'Ufficio con le spalle curve: non era stanco, ma si era abituato ad un andatura pesante, triste.Aveva concluso anche la storia con Cristine. Viveva solo ormai da più` di vent’anni. Sua madre era morta con uan grave malattia poco dopo la gravidanza  senza dargli il tempo di abituarsi a quella scomparsa.il padre poco prima che lui nascesse,  si dileguò in un altro stato lasciando la mamma a portare a termine la gravidanza da sola Da allora non se ne avevano notizie. Sua nonna l’aveva cresciuto ma poi il desiderio di farsi le ossa all’estero era stato grande e così se ne andò appena laureato a Londra per rimanerci in pianta stabile. Ormai dell’Italia non aveva che uno sbiadito ricordo. Ricordi di gioventù, di corse al mare, di qualche amicizia occasionale che poi però era finita per negligenza  o per paura di continuare un rapporto che col tempo, causa la lontananza sarebbe comunque svanito. Ricordi adolescenziali  e nient’altro.

Non poteva andare avanti cosi`: se lo ripeteva continuamente, ma poi giorno dopo giorno, vedeva scorrere il tempo senza possibilità` di mutamento.

Anche l’episodio di qualche mese fa, la rottura definitiva con Cristine, facevano da sfondo a questo grigio contesto.

Pensò che gli avrebbe fatto bene una breve passeggiata ad Hyde Park che distava poche miglia dal suo ufficio: era una tiepida giornata di fine aprile. Il sole era caldo e invitante; un lieve venticello muoveva appena le foglie degli alberi e le paperelle disseminate qua e la nel laghetto facevano strani cerchi nell’acqua.. Dai roseti cominciava a spuntare qualche gemma che da lì a poco sarebbero sbocciate in splendide rose.

Camminava lentamente, mestamente.

S’inoltro` nel parco, in modo quasi ebefrenico, senza quasi rendersene conto: tanti bambini, appena usciti da scuola, tante mamme, tanti anziani, seduti sulle panchine con i giornali spiegati..

Pensava alla sua solitudine, a quel vuoto intenso che provava dentro, che gli carezzava l'anima, che gli pareva quasi palpabile.

Malgrado avesse oltre quaranta anni, provava il desiderio di piangere su qualcosa che non aveva mai vissuto, sui suoi pochi ricordi belli che avevano costellato la sua vita, su tante parole non dette, su tanti sorrisi non raccolti, su tanti baci dati distrattamente a "questa" o a "quella". Se ci pensava bene non aveva detto mai "ti amo" o per un condannabile senso di timidezza o perchè, veramente, non aveva mai amato.

Soffriva di quella solitudine, di quel vuoto, di quello spazio immenso che sentiva intorno a se’ e che non era mai riuscito a colmare. Forse, se avesse saputo piangere davvero, se avesse versato qualche lacrima di dolore o di gioia si sarebbe sentito vivo. Ma lui era mai stato vivo?

Giovanni Ferrini era una persona amorfa, assente dal mondo, privo di vitalità` e di gioia, di iniziative e di dolori. Era vuoto come una persona sola, era solo come una persona vuota. Era...era...era... , ma lui forse non era!

Ad un tratto, i suoi pensieri furono scossi da un grido: "Help! Somebody help me!  plese you!".

Un anziano signore  giaceva in terra in stato catatonico.

Nessuno si mosse. L'unico elemento dinamico in quell'"universo statico" era rappresentato dal vento che continuava a lambire, le foglie degli alberi.

Giovanni solo accorse a quell'accorato bisogno d'aiuto.

“Signore si è fatto male”. “ .I  think, I broke my head..”  pronuniciò con la voce balbettante. Poi richiuse gli occhi. 

“A doctor, a doctor, a sir  needs a doctor..” cominciò a gridare Giovanni.

L’uomo era caduto in seguito ad uno scippo effettuato da due ragazzi in moto.

Per sfilargli il borsello  due ragazzacci furono costretti a strappargleirlo e nel tira e molla l’uomo cadde a terra urtando la testa, rimanendo esamine..

Giovanni pensò in quel momento che la faccenda fosse più seria del previsto.

Chiamò l’ambulanza, che non tardò ad arrivare.

I portantini sistemarono il corpo nella auto alla bella e meglio. Giovanni volle assistere e accompagnare l’uomo nella corsa all’ospedale.

I medici chiesero chi fosse, se fosse un parente. Giovannii rispose di no, e visto che non vi erano persone prossime  o perlomeno l’uomo non era assistito da nessuno

Acconsentirono affinchè  potesse seguirlo inospedale.

Il tragitto fu molto difficoltoso tra gli inghorghi della City. Si era quasi alle quattro del pomeriggio, e a quell’ora, la città  si ferma.

Sembrava impazzita di folla di gente, che correva a destra a manca per recarsi a prendere il treno o i mezzi per ritoranre a casa.

A londra quasi tutti abitano fuori.

La maggior parte delle persone abita nelle verdi colline adiacenti e comunque fuori città.

La capitale  è semplicemente il luogo dove convergono per lavorare burocrati, uomini d’affari parlamentari e negozianti.

Giovanni aveva una casa nel nod-est dell’Hertsfordshire. Il villaggio di cui fa parte contava una trentina di abitazioni. Per lui così riflessivo e desideroso di quiete e di pace era la terra dimenticata dal tempo, una vero proprio toccasana dove rifugiarsi dopo le intermianbili ore d’ufficio o gli spostamenti  da un Paese all’altro.

Insomma una sorta di panacea che stemperava la sua anima  inquieta.

Quando si era stabilito lì vent’anni prima, abitava in una casa in affitto nei sobborghi più popolari di Londra.

La laurea in economia con brillanti voti gli permise di lasciare Roma quasi subito: non aveva affetti prossimi se si esclude la nonna che lo aveva cresciuto. L’aveva lasciata , con una promessa:” mi rifarò vivo presto!! Abbi cura di te!”

Poi più niente.. qualche telefonata, interminabili lettere di tanto in tanto .poi. il vuoto.. Giovanni non sapeva amare, non provava quel trasporto per il prossimo: era quasi scevro ad affezionarsi ad alcuno.

Quando lasciò Roma la capitale era una città diversa..

Era una Roma diversa. Una Roma del benessere apparente, degli yuppies che investivano in borsa e brindavano a champagne, dei governi Craxi, che nonostante le tangenti facevano credere che tutto andava bene e che si rivivesse un secondo boom econimico.

“L’inflazione è scesa ai minimi storici” dichiaravano i giornali del tempo. L”italia ha vinto il mondiale. “eroici”, titolava a caratteri cubitali un noto quotidiano sportivo.

Erano giorni di spensieratezza...

Massimo ne sentì  un po’ il distacco stabilendosi nella gelida Inghilterra. Ma ben presto, si abiutò al quel clima.

Durante quegli anni aveva lavorato sodo per cercare di crearsi un patrimonio personale  non indifferente.

Il mondo del business, un impiego come consulente manager, un fiume di soldi subito..

Giovanni spese  tutto fino all’ultimo penny per procurarsi la casa dove viveva ora, un cottage del XVII secolo in stile vittoriano.

Forse, le smisurate distese del giardino ora apparivano fin troppo grandi per uno come lui abituato a vivere in solitudine.

***

 

L’ambulanza era arrivata dopo la corsa in ospedale. Durante il tragitto l’anziano aveva cercato in mille modi di stringere la mano a Giovanni che,

lo salutò con una solenne promessa: “Ci rivedremo..”

I medici avevano consigliato di Lsciarlo riposare per le prossime 24 ore.

Cosicchè Giovanni potè recarsi in ufficio e rimanervi fino a tarda sera, mentre l’episodio avvenuto cominciò a farlo riflettere quasi per caso, sulla sua vita.

A cosa fosse Giovanni Ferrini, cosa volesse, e soprattutto se fosse capace d’amare.

Questi interrogativi lo perseguitarno per tutta la giornata e forse da quel giorno qualcosa nell’animo di Giovanni cominciò a cambiare.

 

 

Altro Capitolo

 

Scesi dall’areo con gli occhi abbaggliati benchè il viaggio fosse stato breve e molto confortevole in business class. Mi abbagliai alla vista del  suolo dell’aeroporto  della mia città dove sono nato e cresciuto e che non rivedevo più da vent’anni.

La hostess sorridente, mi prese il braccio accompagnandomi all’uscita, verso il carrello, e si congedò, sorridendo con un cordiale: “ Thank you  for having choosen our company, wellcome to Italy..””. Da perfetto gentleman contraccambiai il sorriso .

Il rombo dei reattori che giravano al minimo, soffocavano il paesaggio ovattatto e grigio di un inverno romano che si scorgeva solo al di là della pista d’atterraggio. Storme d’uccelli migravano alla ricerca  di un riparo per il sopraggiungere d’un imminente temporale. Presi la navetta, mi avvai a raccogliere le valigie poi feci il check in.

Avevo solo una valigia perché la mia permanenza a Roma sarebbe stata breve. Il meeting indetto da una grossa società Italiana in investimenti bancari sarebbe durato solo due giorni. Avrei anche rivisto mia nonna, perché, no? In fondo  mi trovavo lì..

All’uscita c’era ad artendermi un‘autista della “Merry Linch’. Mi presentai e dopo alcuni convenevoli mi indirzzò all’albergo.

Notavo come il paesaggio era  diverso, così cambiato negli ultimi vent’anni.

Ricordavo che l’aeroporto di Fiumicino  era tetro e squallido.. mi ricordo che quando andavo a prendere i miei cugini provenienti dal Canada, mi chiedevo già, allora, come potesse essere questo considerato un aeroporto internazionale di rivelanza mondiale, nella sua inadeguatezza. Pensavo:- La grandezza di una Nazione si giudica anche dall’aeroporto..-dicevo. Che ingenuo, che considerazioni puerili facevo allora.. Roicordo anche che a volte, davo ragione persino al duce, quando nel 1942 fondò L’E:u.r, perché trovavo il suo progetto “fare di Roma un centro di esposizione mondiale.. La capitale dell’italia dev’essere il centro dell’impero..” molto coerente. Più tardi capii che erano solo futili parole di regime, stupida demogogia.

Ma la  macchina sfrecciava liscia sull’asfalto pur umido, per l’inssitente pioggerellina che stava scendendo, e così giunsi in albergo in men che non si dica accompagnato dai miei pensieri, che non mi abbanodnavano un istante. Lasciai  una congrua mancia e con un inchino militaresco, l’autista, mi salutò. Finalmente solo. Mi feci una doccia.

Sedutomi sul sofa diedi un’occhiata alla rassegna stampa.. C’erano decine di pubblicazioni sul tavolo rotondo in mogano scuro, posto al centro della suite.

Vicino,  un carrellino sempre in legno, con le rotelle con sopra delle caldi e croccanti brioches e tanto caffe, latte, succhi di frutta. C’erano anche delle fette biscottate e della amrmellata.

Ne presi un po’ e la spalmai. Iniziai a sorseggiare un caffè nero, dall’aroma intenso.Posai il piattino sull carello che pareva l’attendesse. Era l’espresso italiano .

Ah, pensai! Come era diverso da quello che bevevo a Londra, nonstante cercassi sempre dei bar Italiani e mi fossi portato la mitica “bialetti” perché al vero espresso italiano non sapevo proprio rinunciare.

Detti uno sguardo alla politica: niente di nuovo. La situazione era stagnante

Caos politico e istituzionale. “rissa in parlamento”.- E’ l’immagine dell’Italia all’estero-, pensai. Tra un trafiletto e l’altro lessi: “l’Italia è all’ ultimo posto della Comunità Europea per qualità di vita..Fin qui nulla di nuovo. mentre per l’economia, l’Italia e alla stagflazione.

Accesi la Tv e mi sdraiai sul letto avvolgente. Quanto avrei voluto essere in compagnia! Peccato non poter condividere questo splendido letto matrimoniale stile rococò intessuto da coperte preziose e dal baldacchino aulico, porpio come nelle stanze del re Sole, con nessuna donna.. Per la mia situazione adesso quella stanza mi sembrava inadatta. Ne presi coscienza.Mi sentivo in quel momento un  vuoto dell’anima, un senso di ineluttabilità.

Riflettei . Osservare questa stanza  dai soffitti così ampi dalle volte così ampie, con tantit affreschi sulle pareti mi fornì il là per una serie di ragionamenti, che in un certo modo, in un futuro prossimo avrebbero avuto un peso enormemente considerevole. Persi per un attimo di vista lo scopo principale per cui ero venuto a Roma, cioè per incontrare il rappresentante della banca d’affari Morgan Stanley

C’era qualcosa che mi sfuggiva in quel momento, ma che consideravo importante, tuttavia non risucivo a focalizzare.

Ripercorsi brevemente le tappe della mia vita che mi avevano portato a raggiungere il top  come uomo d’affari, ma considerai anche che come uomo inserito nel  contesto sociale  fossi stato in realtà una frana..

Ritornai a guaradre il letto e pensai che ora forse era giunto il momento di poterlo dividere con qualcuno . Ma cosa mi stava accadendo? Perché pensavo a questo?

Guardai ancora i quadri mirandone la sesnsibile bellezza e la stupenda fattura delle immagini degli artisti che li avevano dipinti. Poi i velluti, i tappeti pregiati  il mobilio,  la vasca con l’idromassaggio mega-galattica.

Avrei voluto perdermi in quel momento  tra i vapori di un sogno denso di fumo, e la schiuma soffice del bagnoschiuma,  abbandonarmi ai ricordi sublimi, in un vortice di fantastica, armonia..

E il terzo mondo?  M , come quando contemplavo la luna e la luce delle stelle in una sera di estate dal cielo blu, incantevolmente blu.

Mi  rivenne in mente un viaggio di tantissimi anni prima  quando con alcuni amici mi ero avventurato in un villaggio dell’Africa equatoriale e avevo toccato con mano le sfortunate condizioni  di quelle popolazioni.

Ma c’era un altro motivo che mi aveva spinto qui a Roma ,  in una lussuosa suite dell’albergo più in della capitale che forse era iù importante.. del lavoro stesso. “Incontrare mia nonna!”.Insomma, che mi stava succedendo?

 

INSERIRE INCONTRO MORGAN STANLEY.

 

Capitolo Nonna.

 

Sgravatomi dall’impegno ebbi la mente più libera per concentrarmi su alcune cose che “ avevo perso di vista.”

Nonna Adele era ormai l’unica cosa che mi restava, l’unico legame affettivo che mantenevo ancora con l’Italia, ma soprattutto l’unico affetto che mi faceva sentire vivo. Quando partii, giovane di belle speranze, inseguendo il sogno della carriera manageriale  aell’Estero- a quei tempi l’Italia mi stava stretta- non fu molto contenta. Affatto.

“Adesso te ne andrai e chissà quando ci rivedremo. Io non sono più giovane e tu hai ancora tutta la vita di fronte a te. forse. è giusto che vada..”

Ma le si leggeva chiaramente in faccia che le sue parole erano state dette con un pizzico di nostalgia. Contentezza sì per il mio avvenire, ma delusione perché mi avrebbe perso. Volle venire con me all’aereoporto e, tra  lacrime, incitamenti e raccomandazioni a “ stare attento con le donne, coprirmi bene l’inverno perché il

clima rigido dell’Inghilterra non è quello di Roma..” risolvemmo il nostro rapporto in abbraccio colmo di pianto.

Da allora presi a scriverle con regolarità quasi certosina, metodiacamente, direi, circa una volta al mese. Le mandavo anche del denaro per le sue piccole spese, ma gli anziani , si sa, a differenza dei giovani sanno contentarsi, basta loro poco per vivere.

Così quando capitava di risentirci subito dopo l’invio del denaro, mi rimproverava aspramente perché “i soldi servono  a te che sei  giovane eppoi io ho due pensioni la mia e quella di nonno Mario, tanto mi basta. Pensa a te, riguardati!”

Una emozione indescrivibile mi prese, mi toccò l’anima, mi fece quasi gioire quando tremante, formai il numero del telefono di casa De petrillo.

Quasi trasalì quando le detti la notizia: Passò da uno stato d’incredulità (Non voleva ammettere di credere che mi trovavo lì) a una felicità incontenibile.

Penso che con quella telefonata, le avrò ridato almeno cinque anni della sua vita, vissuta gagliardamente, intensamente, a cavallo delle due guerre prima, con tanti dispiaceri sulle spalle da dimenticare e con tanti accadimenti lieti da raccontare ancora.

Attaccai il telefono e pensai ardentemente con il cuore..poi con le parole espressi: “Nonna ti voglio bene!” E inizai a piangere.

Era la prima volta che dopo tanti anni cominciai a piangere su qualcosa. Ed erano lacrime autentiche perchè sgorgavano direttamente dal cuore.

 

***        

Nonna Adele era nata a Roma nel quartiere di San Lorenzo nel 900.. La prima grande guerra non era ancora scoppiata. All’eta di sei anni era rimasta orfana del padre che faceva il portiere di uno stabile. Era la primogenita di quattro figli. Era cresciuta con le  tre sorelline e un fratellino più piccolo in mezzo alle querele della madre con le Assicurazioni cui lo stabile apparteneva per la liquidazione del marito e per la pensione vedovile. A dodici anni era stata mandata  a servizio per aiutare un poco la madre che doveva “sfamare quattro bocche da sola” e così le volò via l’adolescenza.Venne poi la guerrra, la prima guerra mondiale e tutti quanti si rifugiarono nel popoloso quartiere per cercare di salvarsi la vita, bene prezioso,che solo nei momenti di disperazione capiamo quanto valga.

Nonostante fosse una brunetta dagli occhi marroni intensi e dal viso coi lineamenti  delicati ed espressivo, gli anni passarono senza che si fidanzasse. Sua sorella più piccola, Pierina, si era maritata giovane a 16 anni e per sua fortuna, (o sfortuna) a quie tempi – con la guerra mettere al mondo u figlio era enormemente duro poterlo mantenere!) partorì due gemelli Enzo e Nicola e vivevano tutti quanti in una casa di proprietà delle ferrovie, a uso dei suoi dipendenti che lo Zio Ettore, molto umanamente era riuscito a far dar loro, grazie ai buoni uffici e l’intermedazione di un alto funzionario del Ministero dei trasporti,  in un appartamento con due camere e cucina e un bagno in comune sul pianerottolo. Era stato assegnato alla mamma dopo la presunta scomparsa de lpadre a fronte di un modico affitto. Se anche la mamma di Adele  fosse morta, tutti dovevano essere trasferiti.

La coabitazione non era delle più tranquille. Gli odi, le gelosie, erano all’ordine del giorno tra le sorelle e i cognati. Si litigava per un nonnulla anche solo per il possesso di un tegame o per un pezzo di torta in più che era stato dato all’una e non all’altra.; insomma Nonna Adelina non aveva proprio tempo per i corteggiatori. La sua natura vivace e possessiva non le permetteva proprio d’interagire con l’altro sesso. Eppoi “diceva a chi l’accusava si essere ancora zitella a 23 anni ( a quei tempi a 20 anni  non essere ancora sposati era considerato quantomeno strano!”) “ ho da badare alla casa e ai miei fratelli”.

Ma ben le si leggeva nel viso e nell’anima che era una scusa  per nascondere il suo carattere timido ed introverso e, diciamolo, anche un po’ difficile.

Solo a ventisette anni notò un capostazione impettito e cortese nella sua bella divisa blu carta da zucchero, che dava il via al treno locale per Tivoli terme.

Ne fu colpita.

Cosicchè i suoi viaggi alle terme su quel treno per Tivoli per Adele e i fratellini diventarano sempre più frequenti. Anche quando la mamma  non poteva, Adele si offriva  volontaria per “..andare a fare un bagno ..”nella struttura termo-balneare.

E ogni volta che Adele vedeva il suo bel Mario un sospiro le serrava il fiato,  gli occhi le si spalancavano come un cerbiatto, il cuore le batteva a ritmi spasmodici , un groppo le serrava la gola. Il bel capostazione  era entrato nella sua vita senza che se ne accorgesse, scivolando piano piano nel suo cuore e nella sua anima come un battito impalpabile d’una farfalla in volo, con la stessa leggerezza. Mario s’accorse di questa brunetta che con i tre fratellini quasi tutti i giorni con sorprendente puntualità si radunavano nella pensilina della stazione attendendo il treno. Passò un’estate senza che succedesse niente. I due si erano semplicemente limitati ad accennarsi dei timdi sorrisi l’una per la timidezza, l’altro per la poca dimistichezza nell’interagire con l’altro sesso. Con somma infelicità di Adele che sperava di chiudere il “ciclo termale” estivo ottenendo almeno qualcosa di più.. sul bel giovane.

E invece niente. L’estate, del 23’ scivolò  velocemente come un torrente in piena che rompe gli argini precipitando a valle, senza che Adele avesse potuto rivedrlo.

Ma non passava giorno che non pensasse al suo bell Mario.La notte si addormentava nella sua stanza condivisa con gli altre tre fratellini e contava i giorni che la separavano all’inizio dell’altra.     Prima d’addomentarsi emetteva strani sibili e lannguidi lamenti; una volta la mamma la sorprese, in tarda notte, mentre inginocchiata sull’altina pregava l buon Dio, affinchè le facesse rincontrare mario.

Dopo un duro inverno ecco incidere la primavera dalle viole odorose, dai germogli in fiori, dalla natura cher si rinnnova e esce dal letargo. Il profumo delle magnolie, indicò immancabilmente l’arrivo dell’estate .

Adele questa volta  era fermamente convinta di conquistare quell’uomo. Abituatasi fin da piccola, quando era servizio, a fare la faccia da Cerbero ai padroni che regalavano mance di nascosto dalle mogli, che cercavano di pizzicarla, aveva sempre reagito in modo scostante dimostrando che lei”non era una di quelle” e non si prestava a simili equivoci giochi e agli approcci maschili male intenzionati., tanto che pensava:”gli uomini sono tutti uguali”. Tutti avevano quel “fine ultimo..”

Il vedere quell’uomo così serioso distinto e così bello , con gli occhi azzurri d’un azzurro più azzurro del cielo di Napoli a settembre dallo sguardo aperto, leale e dal sorriso luminoso  le procurava un senso di serenità. E si sentiva felice. Forse era stato influenzato dalle poesie con cui la notte s’addormentava:la sua preferita era innamorarsi, d’un poeta quasi sconosciuto: innamorarsi/

 

 

Fatto sta’ che da quello sguardo ne rimase rapita, catturata.

Il capostazione fu l’unico che una mattina le s’avvicinò (approfittando della sua temporanea solitudine( i tre fratellini erano infatti andati al bagno e lei attendeva fuori della toiliette che uscissero)le sussurò: ”Buongiorno, Signorina..” ad un cenno di lei con la testa, prese coraggiò e pronunziò: “ Vi vedo tutte le mattine dall’inizio dell’estate e i vs occhi non mi sono passati inosservati..”

Adele per poco si sentì mancare. Tramortita non seppe che balbettare un ”..ma io” mentre pensava : -anch’io sapessi quanto li ho sognati i tuoi occhi-, ma bofonchiò solo, arrossendo palesemente, un timido: “veramente io.. io non vi conosco.. non so..”

Il capostazione riprese ”questo è i mio biglietto da visita se volete, se vi fa piacere, potete chiamarmi quando volete, io sarò sempre disposto a rivedervi a risentirvi.

Magari potrei avere il piacere d’offrivirvi un bella coppa di gelato.. Conosco una gelateria che fa i migliori gelati di Roma.. se acconsetiste ..ne sarei veramente felice e onorato..”

Quel timido “io non so se..” lasciò intravedere che tra i due sicuramente ci sarebbe stato un futuro.

I giorni successivi passarono tra lo scambiarsi una serie d’occhiate e sguardi languidi senza che Adele avesse mai il coraggio di parlargli.

Adele era assetata di calore  e attenzioni mai conosciute e le parole con cui quel baldo giovane le aveva pronunciate le sembravano audaci, ma veraem, prodonde sincere, che sgorgavano dal cuore in un desiderio d’inellutabile felicità e sincerità.

Le parole la trasportavano lontano su un pianaeta lontano al di là delle nuvole in un mondo delle idee, platonico, fatto di paesaggi incantati e scenari da favola.

E lui era bello e lei era bella

“Girasole che tendi al sole, fa che io m’illumi  dei tuoi petali..”

Sangue del mio sangue, Regina delle mie notte estive.. e gli si abbandonò.

Alla fine del 24’. Si sposarono e nel 27 nacque Umberto, seguirono, Sandra e Bruna.

Nel 42’ la guerra gli strappò Mario.

Le truppe tedesche che rastrellarono Roma dopo l’attentato di Via Rasella, prersero anche lui su quei tristi camion che lo portavano ai confini.

Poche lettere scritte di tanto in tanto, scevre delle parti  censurate, che alla fine diventarano sempre più rade.

Adele capì che il suo destino era segnato . Il bel capostazione si era sacrificato per la famiglia poichè Mario fu preso dai nazisti per mettere in salvo i 3 bambini presso una casa di un suo collega. Proprio mentre usciva da quella’abitazione fu rastrellato da un camion che passava in quel momento. Questo fu l’ultimo ricordo che I figli ebbero di Mario. Mentre con le dite e lo sguardo verso di loro che lo vedevano dalle grate della finestra sorrise dicendo: “addio ragazzi , abbiate cura di voi, e sostenete la mamma, vi prego, ditele che l’amo!”

Quando ad adele fu comunicata ufficialmente la morte con un telegramma proveniente da Auschwitz, la nonna non si riprese più. Le sue giornate vuote e prive di luce “fornita dall’azzurro deglio occhi di Mario” scivolarono via tra un lento tran tran d’ineluttabilità e rassegnazione. E imprecazioni. Contro la guerra che mette gli uomini contro, l’un l’altro.. e contro il cielo che aveva pernesso questo, “Dio che sei nell’alto tu chei sei l’onnipotente perché hai fatto questo? Perché hai permesso tutto questo?”

Tutte le giornate trascorrevano così con l’eterna domanda rimasta senza risposta.

I figli le davano ancora quel poco coraggio di vivere. Lei viveva, trascinava la sua magra esistenza solo per i figli, ma si vedeva che era  priva di slanci.

Negli annni 70’ la morte dei miei genitori in un incidente aereo la fiaccò quasi del tutto.

Questa volta fui io, l’incosapevole artefice della sua forza di sopravvivenza.

Non me ne resi mai conto prima,  ma ora, posso dire con certezza: “Lei viveva e vive per me!”.

E ciò  è motivo di gioia.

Io anche, adesso, rispettatto uomo d’affari, vezzeggiato e adulato dalle donne per l la mia bellezza e.. per il mio conto in banca, ora che me ne rendo conto, ora che ho raggiunto una leggerezza inattesa nella mia vita, penso di poter affermare, che sì, anch’io vivo per lei. E il mio pensiero va a tutti quegli anziani, emarginati dai propri figli,  emarginati dalla società. che riposano in delle asettiche case di cura,  o che non hanno neppure un misero tetto, che non chiedono nulla, dopo aver dato tanto, se non un misero abbraccio, un sorriso dato con amore e un po’ di compagnia e comprensione.

Se potessi, li raccoglierei idealmente in un unico abbraccio li caricherei nella mia jeep e li  porterei tutti quanti al mare.      

 

“Natura umana or come se frale e tutto in vile se polve ed ombra sei tant’altro senti..”

(G: Leopardi)

 

Altro Capitolo: La nonna.

Eccoci qui, finalmente l’una accanto all’altro. Un abbraccio caldo e pieno di lacrime.

In un attimo Giovanni rivisse tutta la sua infanzia che gli scorreva in un susseguirsi dinamico, sorprendentemente veloce d’immagini. Poi le braccia e le mnni dell anonna  dai lineamenti delicati, le dite affusolate e le unghie smaltate  ancora ben conservate con dignitosa premura,non raggrinzite dalla penosa mano del tempo.Poche parole in quel attimo che ssumeva una valenza eterna.

L anonna trovò per prima il coraggio di prlarmi.

Sono felice, aspettavo da tanto tempo questo momento..perché non  sei arrivato prima?

Lo so-riprrese poi con una penosa bugia a se stessa- sei sempre indaffarato, ma diavolo, per la nnna possibile non trovavi un momentino?

Nonna, scusa è che.. e chè ho avuto dei momenti diffcili-cercai di giustificare con unapietosa bugia, ingannando me stesso e soprattutto lei.

Vedevo che faceva fatica a guardarmi, mentre mi passava le mani sui capelli e sulla faccia.

 

Siediti lì su quella sedia dove c’è più luce. Purtroppo da quando ho la cataratta nonriesco a vederti più bene. Parlami di te, erano venta’anni che non ti vevdevo.

Io dovrò operarmi dopo natale, purtroppo non ho adesso la possibilità perché il prof. Micheli mi ha detto che le operazioni sono pure semplici, ma è meglio affrontarle d’inverno.

Aveva peccato un po’  d’insesibilità il professore – pensò tra sé Giovanni- “Dicendo così ha fatto capire  che è vecchia e che qualsiasi operazine a una certa etàà 

Può assumere toni drammatici.

Si riprese dai suoi pensieri e continuò ad ascoltare la nonna che proeseguiva raggiante in un tono illusoriamente speranzoso. “Mi ha promesso che questo intervento mi restiutirà la vista di un neonato..” aggiunse felice.

“Poverina, rede alle illusioni..” .Le illusioni sono pericolose misitificano la realta, la rendono piacevole ma poi si si scontrano quando scopriamo cje la stessa è ben altra da quella che noi fino a ieri avevamo sognato.

Tutto sta a come ci predispone nel confrontarci con le avversità.Nel caso di nonna, lei poveretta si illudeva di poter riacquistare la vista, con l’aiuto della scienza medica rappresentatat dal professor Micheli.

“Che Brav’uomo” non credi? Lo dovresti vedere lamattina quando vienei medici

 

  

 

Facciamo un passo indietro: quando portai in ospedale  quel povero vecchio, già nella corsa frenetica dell’ambulanza in mezzo al traffico della City, mi resi conto che qualcosa in me stava cambiando: mi sentivo diverso, come se tutto interno  a me all’improvviso fosse vuoto.. mi trovavo senza accorgemrmene in

Una landa desolata e deserta dove i miei soldi non contavano più, dove i miei pensieri non erano più rivolti nè agli affari, nè a squallide storie  con sgualdrine,  ma erano rivolti solo alle condizioni di quell’uomo che , presumibilmente, al seguito di quell’incidente avrebbe potuto riportare serie conseguenze . Riflettevo sulla condizione sua e di molti anziani costretti a vivere soli, senza l’aiuto di nessuno, e m’immaginavo io stesso vecchio e solo al tramonto della vita, emarginato da tutti, ad elemosinare un invito a cena o a pranzo dai miei figli o un’ora di colloquio con i miei nipotini, che, sicuramente di perdere tempo con un povero vecchio come me, non avevano alcuna intenzione.

Eppure questo problema esiste. E’ reale. Ed è sempre esistito fin dalle epoche antiche.Il senso della morte da vecchi è molto sentito. E non è solo della nostra civiltà Il problema della solitudine dell’anziano è un problema tanto più attuale che sta diventando una vera e propria piega sociale.

 Nella cultura Eschinese  lessi una volta che  quando   gli uomini diventano vecchi e non sono più in grado di cacciare e pescare, e le donne hanno esaurito il loro ciclo biologico si allontanano dal nucleo famigliare e si perdono nel nulla, annunciando una morte volontaria. Il loro sogno è quello che nevichi sempre perché la neve li ricopra.

In Giappone è un po’ diverso, c’è il senso del sacro: i vecchi possono adagiarsi senza colpa sul vegliare della giovinezza.. ma anche lì si trovanano tantissime pensioni per anziani e tante coppie giovani che mal sopportano l’intrusione dei genitori anziani nella loro vita.

Fortuna che oggi la moderna scienza, con i gerentologi affrontano il tema con molta  accortezza e la maggior parte di loro crede nella sopravvivenza della vecchiaia.

Nel corso di quella giornata quando tornai successivamente in ospedale per attendere notizie dalla sala rianimazione ebbi la fortuna d’incontrare una  gerentologa, che svolgeva la sua professione in quell’ospedale. Non era bellissima, ma il suo giovane aspetto, la sua faccia pulita e luminosa mi diedero subito enorme fiducia,mi confortarono. Parlava a voce bassa quasi per timore di disturbare i pazienti e per un riverente rispetto per le condizioni umane. Mi piacque, quella donna.

Mi accennò che la situazione lì era molto dura, tra malati terminali che imprecavano a una morte rapida che potesse toglierli di mezzo da queste sofferenze,.e che spesso, lei per arrotondare la bassa paga era costretta  fare gli straordinari, lavorando per una casa di cura fuori dalla città, Hope village  a due passi dalla mia casa.

Diventammo amici e forse, da quel momento la mia vita cambiò, perché, presi a frequentarla quasi assidamente, e sinceramente, da quel giorno non facevo più le ore piccole in ufficio ocme prima, ma appena potevo, mi dileguavo per poter rivedere lei.

E riscoprire i piccoli piaceri della vita come prendere un tè tra le volute di fumo che mi arrossivano la faccia o mangiare un piatto di pesce davanti una finestra sul mare o guardare con intensità la luce delle stelle e divirtirsi a cogliere le analogie cromatiche con gli occhi di lei. 

 

 
 
 
 
 

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