|
All’inizio
d’ogni percorso c’è il sentiero all’origine del pensiero stesso
che, scalai forte e inciso e, lungo il quale, dopo averlo
tardamente scoperto ho cominciato a camminare e a volare; è
stato tardi, l’ho scoperto tardi, ma nella vita come non si è
mai troppo soli, perché c’è sempre qualcuno che ogni giorno con
un gesto o, finanche con il solo pensiero ti è vicino, così cè
sempre tempo per imparare e capire gli sbagli fatti. La
coscienza ci guida in questa presa di posizione.
Non parliamo
di angeli custodi parliamo, diciamo così, di uomini buoni di
buona volontà.
E tu questo
lo sai. Allora ti fai forte, vai avanti e cammini, cammini..ed
ecco il sentiero, impervio,mostruoso. Lo superi.
Sono
infiniti i sentieri che come i fili e cordoni abbelliscono le
montagne e i declivi intorno alla città, che confluiscono verso
la strada bianca, oppure vicino all’acqua, o nei verdi campi o
nei faggeti.
L’istinto
dell’uomo traccia quei sentieri e i più belli sono quelli
conquistati con il sole e con un sorriso.
Su questi
sentieri si riposa il guerriero stremato dalla lunga battaglia,
si riposa la formica dopo aver raccolto le provviste per
l’inverno, si riposa il pastore dopo aver errato per le campagne
di gregge in gregge, si riposa l’uomo per pregare o per far i
conti di quello che con la sua coscienza si è guadagnato.
Questi
sentieri conducono al mare…
La macchina
filava liscia sull’autostrada. Sulle strade inglesi si può
camminare spediti.Era davvero inebriante premere sull’accellaratore
con l’ebbrezza d’un tempo e sfrecciare veloce su quelle
strade così lisce.
Gli occhiali
e un berretto per ripararsi dal vento che data la velocità
entrava vorticosamente , prepotentemente, nell’abitacolo della
vettura..
Cristina
aveva un fazzoletto a scialle lungo la testa che nascondeva in
parte la lunga chioma fluente nera corvina. Guardava il profilo
dell’uomo intento a gareggiare con la velocità.
Entrambi
rimasero in silenzio.
Giovanni
continuava la sua gara: non resistendo oltre le sollecitazioni
dei suoi muscoli pigiò a tavoletta l’accelleratore giungendo
alla “paurosa” cifra di 260Km indicata sull tachimetro.
Cristina lo
redarguì: “Dai non fare lo sciocco!” appoggiandosi al poggiavano
della spider.
“un attimo,
solo un attimo .. lasciami sfogare..guidare così per me è
eccitante..”
Cristina
scosse il capo, in segno di resa.
Prese la
borsa tirò fuori il pacchetto di sigarette, ne estrasse una e
sembrò particolarmente gradire le volute di fumo che in quel
momento si mischiavano al turbinio del vento provocato dall’alta
velocità.
“Me ne
accendi una?” chiese Giovanni.
Cristina
l’accontentò.
L’uomo fu
costretto a decelerare per mettersi la sigaretta in bocca e
perché aveva visto i cartelloni che indicavano, una stazione di
rifornimento molto prossima.
“Sei
stranamente taciturna, cos’hai?” le chiese..“E me lo domandi?”
Tra un po’
saremo arrivati a Londra. Ognuno tornerà a casa propria tu mi
scaricherai dicendo che domani inizierai la tua giornata fitta
fitta d’impegni nella City, io che aspetterò la tua telefonata
per tutto il giorno, poi se ti va il prossimo week-.end..
potremo andare in Galles, sempre però che tu non debba partire
all’improvviso.. e io ad aspettarti.. tu nel fratempo te la
spasserai con qualche sgualdrina, a pagamento o che ti si
concede liberamente, fa lo stesso, conosciuta nel mondo
dell’alta finanza e così via. Perpetueremo le nostre
giornate..”.
Giovanni,
gettò uno sguardo obliquo alla donna che le stava vicino con la
voglia di smorzare il sarcasmo che le si era acceso.
“Cristina io
non..”
“Tu non te
la senti di andare avanti, vuoi scaricarmi.. prima di me lo hai
fatto con Jaqueline, poi con Emma, poi con Diana..che credi ,che
non lo sappia come hai ridotto quelle poverette?
Prima le hai
illuse promettendo di metter su una casa, una famiglia, dei
bambini..poi invece? Non fa per te, vero?” inquisì la donna in
tono aspro.
“No, ma,
lasciami finire..vabbeh..vuoi che sia sincero?” balbettò
Giovanni.
L’auto nel
frattempo giunse in un’area verdeggiante e l’uomo accosto per
parcheggiare.
Prima di
scendere, la guardò con quei grandi occhi espressivi e la fissò
in attesa di una sentenza che già sapeva, ma sperava non
arrivasse mai.
“Ebbene hai
ragione.. non sono proprio tagliato per la famiglia e la vita
del “pantofolaio”.
Scusa anche
tu, Cristina, ma questa vita non fa per me.. mi rendo conto che
non riesco ad avere un rapporto costruttivo con l’altro sesso mi
sforzo.. credimi, ma nonostante i mie sforzi sento che il mio
destino è segnato: rimanere solo. Questo è ciò che mi spetta in
futuro e che mi dice il cuore..sarà stata forse a causa della
mia educazione, anzi, della mia non educazione in quanto i miei
genitori li ho appena conosciuti e forse certa sensibilità non
la sono riuscita nemmeno ad acquisire con il tempo.
+Non so cosa
volgia dire essere un genitore perché non lo sono, ma non so
neanche cosa voglia dire essere figlio perché, non lo sono mai
stato.
Sono stato
educato da mia nonnna che ora In Italia, vive da sola.
Cristina .”
Lei guardò
lontano verso il chiosco della sosta dove era situato il bar, in
silenzio.
“Andiamo a prendere qualcosa? In fondo è
così che ti ho rubato il pimo bacio, invtandoti ad uscire e
portandoti su quella bella terrazza dei magazzini Harrods, a
Londra, dove ordinasti, pensa, lo ricordo ancora, un tè con una
pasta alla frutta che ti servirono guarnita con una foglia di
menta.”:
“Già, fu
proprio lì che mi imbrogliasti..come sempre” scherzò lei-
“Ma non ti
dipiaque, lo so bene, sennò ora staresti a casa a vedere la tivù
o a seguire qualche tuo anziano che ti chiama sempre e che ha
bisogno delle tue cure. Dì, un po’ fai sempre il volontariato?
“E’
sorprendente scopire che ti piaccia fare l’amore come una grande
esperta , dietro quella tua faccia da brava ragazza e la tua
educazione da buona famiglia..”
Cristina
gettò la sigaretta a metà in strada, nel largo spiazzo della
piazzola prima di chiudere lo sportello e abbassò lo sguardo
quasi vergonota, ma indignata.
“Ti dispiace
essere meno volgare?” sbottò
“Dai, in
fondo la vita è un gioco..” ribattè l’uomo scendendo dalla
macchina.
“Certo,
Cristina, fai questo, fai quello...?”
“Cosa credi
di fare, cosa credi di essere, Giovanni?”
Giovanni
chiuse lo psortello, corse dall’altra pare e l’afferrò per un
braccio, poi le puntò il volto negli occhi.
“Stammi bene
a sentire, prima esci con me, mi dichiari amore, ti fai scopare,
accetti tutte le regole del gioco, ti fai comprare i regalini,
ti fai portare a cena fuori.. poi quando vieni messa alle
strette, cominci ad accusarmi di essere questo, di aver fatto
piangere tante ragazze.. mi dispiace, Cristina, io sono così,
prendere o lasciare, ma se lo sapev,i allora non dovevi
accettare la mia corte fin dall’inizio..”
Era stato
crudo nel esprimesi, ma le sue parole erano state fin troppo
chiare.
Cristina
sbottò a piangere e, malgrado lui cercò di passarle la mano sul
volto per asciugarle le lacrime, che scendevano copiose, lei
sgattaiolò, strattonandolo e allontanandosi.
Giovanni la
rincorse. Quando Cristina fu afferrata espresse: “Cristina, ti
prego, scusa, sono stato duro, ma purtroppo io.. non era mia
intenzione..Non fraintendermi: se fossi in cerca di situazioni
sessuali particolari potrei rivolgermi ad una squillo, non
credi?
Cristina si
sentiva derisa, umiliata e ferita.
“Vattene non
voglio vederti più..”mugugnò piangendo. Dalla borsetta estrasse
un portatile e chiamò un taxi.
E così,
sulla piazzola di quella bella autostrada, sul limitare di verdi
arbusti, e sullo sfondo di verdeggianti colline, tra il garrire
delle rondini e il profumo dei fiori di lavanda d’una primavera
ormai imminente si concluse un’altra storia per Giovanni Ferrini.
TOC \o "1-3"
\h \z ****
Giovanni usci’ dall'Ufficio con le spalle curve: non era
stanco, ma si era abituato ad un andatura pesante, triste.Aveva
concluso anche la storia con Cristine. Viveva solo ormai da più`
di vent’anni. Sua madre era morta con uan grave malattia poco
dopo la gravidanza senza dargli il tempo di abituarsi a quella
scomparsa.il padre poco prima che lui nascesse, si dileguò in
un altro stato lasciando la mamma a portare a termine la
gravidanza da sola Da allora non se ne avevano notizie. Sua
nonna l’aveva cresciuto ma poi il desiderio di farsi le ossa
all’estero era stato grande e così se ne andò appena laureato a
Londra per rimanerci in pianta stabile. Ormai dell’Italia non
aveva che uno sbiadito ricordo. Ricordi di gioventù, di corse al
mare, di qualche amicizia occasionale che poi però era finita
per negligenza o per paura di continuare un rapporto che col
tempo, causa la lontananza sarebbe comunque svanito. Ricordi
adolescenziali e nient’altro.
Non poteva andare avanti cosi`: se lo ripeteva continuamente, ma
poi giorno dopo giorno, vedeva scorrere il tempo senza
possibilità` di mutamento.
Anche l’episodio di qualche mese fa, la rottura definitiva con
Cristine, facevano da sfondo a questo grigio contesto.
Pensò che gli avrebbe fatto bene una breve passeggiata ad Hyde
Park che distava poche miglia dal suo ufficio: era una tiepida
giornata di fine aprile. Il sole era caldo e invitante; un lieve
venticello muoveva appena le foglie degli alberi e le paperelle
disseminate qua e la nel laghetto facevano strani cerchi
nell’acqua.. Dai roseti cominciava a spuntare qualche gemma che
da lì a poco sarebbero sbocciate in splendide rose.
Camminava lentamente, mestamente.
S’inoltro` nel parco, in modo quasi ebefrenico, senza quasi
rendersene conto: tanti bambini, appena usciti da scuola, tante
mamme, tanti anziani, seduti sulle panchine con i giornali
spiegati..
Pensava alla sua solitudine, a quel vuoto intenso che provava
dentro, che gli carezzava l'anima, che gli pareva quasi
palpabile.
Malgrado avesse oltre quaranta anni, provava il desiderio di
piangere su qualcosa che non aveva mai vissuto, sui suoi pochi
ricordi belli che avevano costellato la sua vita, su tante
parole non dette, su tanti sorrisi non raccolti, su tanti baci
dati distrattamente a "questa" o a "quella". Se ci pensava bene
non aveva detto mai "ti amo" o per un condannabile senso di
timidezza o perchè, veramente, non aveva mai amato.
Soffriva di quella solitudine, di quel vuoto, di quello spazio
immenso che sentiva intorno a se’ e che non era mai riuscito a
colmare. Forse, se avesse saputo piangere davvero, se avesse
versato qualche lacrima di dolore o di gioia si sarebbe sentito
vivo. Ma lui era mai stato vivo?
Giovanni Ferrini era una persona amorfa, assente dal mondo,
privo di vitalità` e di gioia, di iniziative e di dolori. Era
vuoto come una persona sola, era solo come una persona vuota.
Era...era...era... , ma lui forse non era!
Ad un tratto, i suoi pensieri furono scossi da un grido: "Help!
Somebody help me!
plese you!".
Un anziano signore giaceva in terra in stato catatonico.
Nessuno si mosse. L'unico elemento dinamico in quell'"universo
statico" era rappresentato dal vento che continuava a lambire,
le foglie degli alberi.
Giovanni solo accorse a quell'accorato bisogno d'aiuto.
“Signore si è fatto male”.
“ .I think, I broke my head..”
pronuniciò con la
voce balbettante. Poi richiuse gli occhi.
“A doctor, a doctor, a sir needs a doctor..”
cominciò a gridare Giovanni.
L’uomo era caduto in seguito ad uno scippo effettuato da due
ragazzi in moto.
Per sfilargli il borsello due ragazzacci furono costretti a
strappargleirlo e nel tira e molla l’uomo cadde a terra urtando
la testa, rimanendo esamine..
Giovanni pensò in quel momento che la faccenda fosse più seria
del previsto.
Chiamò l’ambulanza, che non tardò ad arrivare.
I portantini sistemarono il corpo nella auto alla bella e
meglio. Giovanni volle assistere e accompagnare l’uomo nella
corsa all’ospedale.
I medici chiesero chi fosse, se fosse un parente. Giovannii
rispose di no, e visto che non vi erano persone prossime o
perlomeno l’uomo non era assistito da nessuno
Acconsentirono affinchè potesse seguirlo inospedale.
Il tragitto fu molto difficoltoso tra gli inghorghi della City.
Si era quasi alle quattro del pomeriggio, e a quell’ora, la
città si ferma.
Sembrava impazzita di folla di gente, che correva a destra a
manca per recarsi a prendere il treno o i mezzi per ritoranre a
casa.
A londra quasi tutti abitano fuori.
La maggior parte delle persone abita nelle verdi colline
adiacenti e comunque fuori città.
La capitale è semplicemente il luogo dove convergono per
lavorare burocrati, uomini d’affari parlamentari e negozianti.
Giovanni aveva una casa nel nod-est dell’Hertsfordshire. Il
villaggio di cui fa parte contava una trentina di abitazioni.
Per lui così riflessivo e desideroso di quiete e di pace era la
terra dimenticata dal tempo, una vero proprio toccasana dove
rifugiarsi dopo le intermianbili ore d’ufficio o gli
spostamenti da un Paese all’altro.
Insomma una sorta di panacea che stemperava la sua anima
inquieta.
Quando si era stabilito lì vent’anni prima, abitava in una casa
in affitto nei sobborghi più popolari di Londra.
La laurea in economia con brillanti voti gli permise di lasciare
Roma quasi subito: non aveva affetti prossimi se si esclude la
nonna che lo aveva cresciuto. L’aveva lasciata , con una
promessa:” mi rifarò vivo presto!! Abbi cura di te!”
Poi più niente.. qualche telefonata, interminabili lettere di
tanto in tanto .poi. il vuoto.. Giovanni non sapeva amare, non
provava quel trasporto per il prossimo: era quasi scevro ad
affezionarsi ad alcuno.
Quando lasciò Roma la capitale era una città diversa..
Era una Roma diversa. Una Roma del benessere apparente, degli
yuppies che investivano in borsa e brindavano a champagne, dei
governi Craxi, che nonostante le tangenti facevano credere che
tutto andava bene e che si rivivesse un secondo boom econimico.
“L’inflazione è scesa ai minimi storici” dichiaravano i giornali
del tempo. L”italia ha vinto il mondiale. “eroici”, titolava a
caratteri cubitali un noto quotidiano sportivo.
Erano giorni di spensieratezza...
Massimo ne sentì un po’ il distacco stabilendosi nella gelida
Inghilterra. Ma ben presto, si abiutò al quel clima.
Durante quegli anni aveva lavorato sodo per cercare di crearsi
un patrimonio personale non indifferente.
Il mondo del business, un impiego come consulente manager, un
fiume di soldi subito..
Giovanni spese tutto fino all’ultimo penny per procurarsi la
casa dove viveva ora, un cottage del XVII secolo in stile
vittoriano.
Forse, le smisurate distese del giardino ora apparivano fin
troppo grandi per uno come lui abituato a vivere in solitudine.
***
L’ambulanza era arrivata dopo la corsa in ospedale. Durante il
tragitto l’anziano aveva cercato in mille modi di stringere la
mano a Giovanni che,
lo salutò con una solenne promessa: “Ci rivedremo..”
I medici avevano consigliato di Lsciarlo riposare per le
prossime 24 ore.
Cosicchè Giovanni potè recarsi in ufficio e rimanervi fino a
tarda sera, mentre l’episodio avvenuto cominciò a farlo
riflettere quasi per caso, sulla sua vita.
A cosa fosse Giovanni Ferrini, cosa volesse, e soprattutto se
fosse capace d’amare.
Questi interrogativi lo perseguitarno per tutta la giornata e
forse da quel giorno qualcosa nell’animo di Giovanni cominciò a
cambiare.
Altro Capitolo
Scesi dall’areo con gli occhi abbaggliati benchè il viaggio
fosse stato breve e molto confortevole in business class. Mi
abbagliai alla vista del suolo dell’aeroporto della mia città
dove sono nato e cresciuto e che non rivedevo più da vent’anni.
La hostess sorridente, mi prese il braccio accompagnandomi
all’uscita, verso il carrello, e si congedò, sorridendo con un
cordiale: “ Thank you for having choosen our company, wellcome
to Italy..””. Da perfetto gentleman contraccambiai il sorriso .
Il rombo dei reattori che giravano al minimo, soffocavano il
paesaggio ovattatto e grigio di un inverno romano che si
scorgeva solo al di là della pista d’atterraggio. Storme
d’uccelli migravano alla ricerca di un riparo per il
sopraggiungere d’un imminente temporale. Presi la navetta, mi
avvai a raccogliere le valigie poi feci il check in.
Avevo solo una valigia perché la mia permanenza a Roma sarebbe
stata breve. Il meeting indetto da una grossa società Italiana
in investimenti bancari sarebbe durato solo due giorni. Avrei
anche rivisto mia nonna, perché, no? In fondo mi trovavo lì..
All’uscita c’era ad artendermi un‘autista della “Merry Linch’.
Mi presentai e dopo alcuni convenevoli mi indirzzò all’albergo.
Notavo come il paesaggio era diverso, così cambiato negli
ultimi vent’anni.
Ricordavo che l’aeroporto di Fiumicino era tetro e squallido..
mi ricordo che quando andavo a prendere i miei cugini
provenienti dal Canada, mi chiedevo già, allora, come potesse
essere questo considerato un aeroporto internazionale di
rivelanza mondiale, nella sua inadeguatezza. Pensavo:- La
grandezza di una Nazione si giudica anche
dall’aeroporto..-dicevo. Che ingenuo, che considerazioni puerili
facevo allora.. Roicordo anche che a volte, davo ragione persino
al duce, quando nel 1942 fondò L’E:u.r, perché trovavo il suo
progetto “fare di Roma un centro di esposizione mondiale.. La
capitale dell’italia dev’essere il centro dell’impero..” molto
coerente. Più tardi capii che erano solo futili parole di
regime, stupida demogogia.
Ma la macchina sfrecciava liscia sull’asfalto pur umido, per
l’inssitente pioggerellina che stava scendendo, e così giunsi in
albergo in men che non si dica accompagnato dai miei pensieri,
che non mi abbanodnavano un istante. Lasciai una congrua mancia
e con un inchino militaresco, l’autista, mi salutò. Finalmente
solo. Mi feci una doccia.
Sedutomi sul sofa diedi un’occhiata alla rassegna stampa..
C’erano decine di pubblicazioni sul tavolo rotondo in mogano
scuro, posto al centro della suite.
Vicino, un carrellino sempre in legno, con le rotelle con sopra
delle caldi e croccanti brioches e tanto caffe, latte, succhi di
frutta. C’erano anche delle fette biscottate e della amrmellata.
Ne presi un po’ e la spalmai. Iniziai a sorseggiare un caffè
nero, dall’aroma intenso.Posai il piattino sull carello che
pareva l’attendesse. Era l’espresso italiano .
Ah, pensai! Come era diverso da quello che bevevo a Londra,
nonstante cercassi sempre dei bar Italiani e mi fossi portato la
mitica “bialetti” perché al vero espresso italiano non sapevo
proprio rinunciare.
Detti uno sguardo alla politica: niente di nuovo. La situazione
era stagnante
Caos politico e istituzionale. “rissa in parlamento”.- E’
l’immagine dell’Italia all’estero-, pensai. Tra un trafiletto e
l’altro lessi: “l’Italia è all’ ultimo posto della Comunità
Europea per qualità di vita..Fin qui nulla di nuovo. mentre per
l’economia, l’Italia e alla stagflazione.
Accesi la Tv e mi sdraiai sul letto avvolgente. Quanto avrei
voluto essere in compagnia! Peccato non poter condividere questo
splendido letto matrimoniale stile rococò intessuto da coperte
preziose e dal baldacchino aulico, porpio come nelle stanze del
re Sole, con nessuna donna.. Per la mia situazione adesso quella
stanza mi sembrava inadatta. Ne presi coscienza.Mi sentivo in
quel momento un vuoto dell’anima, un senso di ineluttabilità.
Riflettei . Osservare questa stanza dai soffitti così ampi
dalle volte così ampie, con tantit affreschi sulle pareti mi
fornì il là per una serie di ragionamenti, che in un certo modo,
in un futuro prossimo avrebbero avuto un peso enormemente
considerevole. Persi per un attimo di vista lo scopo principale
per cui ero venuto a Roma, cioè per incontrare il rappresentante
della banca d’affari Morgan Stanley
C’era qualcosa che mi sfuggiva in quel momento, ma che
consideravo importante, tuttavia non risucivo a focalizzare.
Ripercorsi brevemente le tappe della mia vita che mi avevano
portato a raggiungere il top come uomo d’affari, ma considerai
anche che come uomo inserito nel contesto sociale fossi stato
in realtà una frana..
Ritornai a guaradre il letto e pensai che ora forse era giunto
il momento di poterlo dividere con qualcuno . Ma cosa mi stava
accadendo? Perché pensavo a questo?
Guardai ancora i quadri mirandone la sesnsibile bellezza e la
stupenda fattura delle immagini degli artisti che li avevano
dipinti. Poi i velluti, i tappeti pregiati il mobilio, la
vasca con l’idromassaggio mega-galattica.
Avrei voluto perdermi in quel momento tra i vapori di un sogno
denso di fumo, e la schiuma soffice del bagnoschiuma,
abbandonarmi ai ricordi sublimi, in un vortice di fantastica,
armonia..
E il terzo mondo? M , come quando contemplavo la luna e la luce
delle stelle in una sera di estate dal cielo blu,
incantevolmente blu.
Mi rivenne in mente un viaggio di tantissimi anni prima quando
con alcuni amici mi ero avventurato in un villaggio dell’Africa
equatoriale e avevo toccato con mano le sfortunate condizioni
di quelle popolazioni.
Ma c’era un altro motivo che mi aveva spinto qui a Roma , in
una lussuosa suite dell’albergo più in della capitale che forse
era iù importante.. del lavoro stesso. “Incontrare mia
nonna!”.Insomma, che mi stava succedendo?
INSERIRE INCONTRO MORGAN STANLEY.
Capitolo Nonna.
Sgravatomi dall’impegno ebbi la mente più libera per
concentrarmi su alcune cose che “ avevo perso di vista.”
Nonna Adele era ormai l’unica cosa che mi restava, l’unico
legame affettivo che mantenevo ancora con l’Italia, ma
soprattutto l’unico affetto che mi faceva sentire vivo. Quando
partii, giovane di belle speranze, inseguendo il sogno della
carriera manageriale aell’Estero- a quei tempi l’Italia mi
stava stretta- non fu molto contenta. Affatto.
“Adesso te ne andrai e chissà quando ci rivedremo. Io non sono
più giovane e tu hai ancora tutta la vita di fronte a te. forse.
è giusto che vada..”
Ma le si leggeva chiaramente in faccia che le sue parole erano
state dette con un pizzico di nostalgia. Contentezza sì per il
mio avvenire, ma delusione perché mi avrebbe perso. Volle venire
con me all’aereoporto e, tra lacrime, incitamenti e
raccomandazioni a “ stare attento con le donne, coprirmi bene
l’inverno perché il
clima rigido dell’Inghilterra non è quello di Roma..” risolvemmo
il nostro rapporto in abbraccio colmo di pianto.
Da allora presi a scriverle con regolarità quasi certosina,
metodiacamente, direi, circa una volta al mese. Le mandavo anche
del denaro per le sue piccole spese, ma gli anziani , si sa, a
differenza dei giovani sanno contentarsi, basta loro poco per
vivere.
Così quando capitava di risentirci subito dopo l’invio del
denaro, mi rimproverava aspramente perché “i soldi servono a te
che sei giovane eppoi io ho due pensioni la mia e quella di
nonno Mario, tanto mi basta. Pensa a te, riguardati!”
Una emozione indescrivibile mi prese, mi toccò l’anima, mi fece
quasi gioire quando tremante, formai il numero del telefono di
casa De petrillo.
Quasi trasalì quando le detti la notizia: Passò da uno stato
d’incredulità (Non voleva ammettere di credere che mi trovavo
lì) a una felicità incontenibile.
Penso che con quella telefonata, le avrò ridato almeno cinque
anni della sua vita, vissuta gagliardamente, intensamente, a
cavallo delle due guerre prima, con tanti dispiaceri sulle
spalle da dimenticare e con tanti accadimenti lieti da
raccontare ancora.
Attaccai il telefono e pensai ardentemente con il cuore..poi con
le parole espressi: “Nonna ti voglio bene!” E inizai a piangere.
Era la prima volta che dopo tanti anni cominciai a piangere su
qualcosa. Ed erano lacrime autentiche perchè sgorgavano
direttamente dal cuore.
***
Nonna Adele era nata a Roma nel quartiere di San Lorenzo nel
900.. La prima grande guerra non era ancora scoppiata. All’eta
di sei anni era rimasta orfana del padre che faceva il portiere
di uno stabile. Era la primogenita di quattro figli. Era
cresciuta con le tre sorelline e un fratellino più piccolo in
mezzo alle querele della madre con le Assicurazioni cui lo
stabile apparteneva per la liquidazione del marito e per la
pensione vedovile. A dodici anni era stata mandata a servizio
per aiutare un poco la madre che doveva “sfamare quattro bocche
da sola” e così le volò via l’adolescenza.Venne poi la guerrra,
la prima guerra mondiale e tutti quanti si rifugiarono nel
popoloso quartiere per cercare di salvarsi la vita, bene
prezioso,che solo nei momenti di disperazione capiamo quanto
valga.
Nonostante fosse una brunetta dagli occhi marroni intensi e dal
viso coi lineamenti delicati ed espressivo, gli anni passarono
senza che si fidanzasse. Sua sorella più piccola, Pierina, si
era maritata giovane a 16 anni e per sua fortuna, (o sfortuna) a
quie tempi – con la guerra mettere al mondo u figlio era
enormemente duro poterlo mantenere!) partorì due gemelli Enzo e
Nicola e vivevano tutti quanti in una casa di proprietà delle
ferrovie, a uso dei suoi dipendenti che lo Zio Ettore, molto
umanamente era riuscito a far dar loro, grazie ai buoni uffici e
l’intermedazione di un alto funzionario del Ministero dei
trasporti, in un appartamento con due camere e cucina e un
bagno in comune sul pianerottolo. Era stato assegnato alla mamma
dopo la presunta scomparsa de lpadre a fronte di un modico
affitto. Se anche la mamma di Adele fosse morta, tutti dovevano
essere trasferiti.
La coabitazione non era delle più tranquille. Gli odi, le
gelosie, erano all’ordine del giorno tra le sorelle e i cognati.
Si litigava per un nonnulla anche solo per il possesso di un
tegame o per un pezzo di torta in più che era stato dato all’una
e non all’altra.; insomma Nonna Adelina non aveva proprio tempo
per i corteggiatori. La sua natura vivace e possessiva non le
permetteva proprio d’interagire con l’altro sesso. Eppoi “diceva
a chi l’accusava si essere ancora zitella a 23 anni ( a quei
tempi a 20 anni non essere ancora sposati era considerato
quantomeno strano!”) “ ho da badare alla casa e ai miei
fratelli”.
Ma ben le si leggeva nel viso e nell’anima che era una scusa
per nascondere il suo carattere timido ed introverso e,
diciamolo, anche un po’ difficile.
Solo a ventisette anni notò un capostazione impettito e cortese
nella sua bella divisa blu carta da zucchero, che dava il via al
treno locale per Tivoli terme.
Ne fu colpita.
Cosicchè i suoi viaggi alle terme su quel treno per Tivoli per
Adele e i fratellini diventarano sempre più frequenti. Anche
quando la mamma non poteva, Adele si offriva volontaria per
“..andare a fare un bagno ..”nella struttura termo-balneare.
E ogni volta che Adele vedeva il suo bel Mario un sospiro le
serrava il fiato, gli occhi le si spalancavano come un
cerbiatto, il cuore le batteva a ritmi spasmodici , un groppo le
serrava la gola. Il bel capostazione era entrato nella sua vita
senza che se ne accorgesse, scivolando piano piano nel suo cuore
e nella sua anima come un battito impalpabile d’una farfalla in
volo, con la stessa leggerezza. Mario s’accorse di questa
brunetta che con i tre fratellini quasi tutti i giorni con
sorprendente puntualità si radunavano nella pensilina della
stazione attendendo il treno. Passò un’estate senza che
succedesse niente. I due si erano semplicemente limitati ad
accennarsi dei timdi sorrisi l’una per la timidezza, l’altro per
la poca dimistichezza nell’interagire con l’altro sesso. Con
somma infelicità di Adele che sperava di chiudere il “ciclo
termale” estivo ottenendo almeno qualcosa di più.. sul bel
giovane.
E invece niente. L’estate, del 23’ scivolò velocemente come un
torrente in piena che rompe gli argini precipitando a valle,
senza che Adele avesse potuto rivedrlo.
Ma non passava giorno che non pensasse al suo bell Mario.La
notte si addormentava nella sua stanza condivisa con gli altre
tre fratellini e contava i giorni che la separavano all’inizio
dell’altra. Prima d’addomentarsi emetteva strani sibili e
lannguidi lamenti; una volta la mamma la sorprese, in tarda
notte, mentre inginocchiata sull’altina pregava l buon Dio,
affinchè le facesse rincontrare mario.
Dopo un duro inverno ecco incidere la primavera dalle viole
odorose, dai germogli in fiori, dalla natura cher si rinnnova e
esce dal letargo. Il profumo delle magnolie, indicò
immancabilmente l’arrivo dell’estate .
Adele questa volta era fermamente convinta di conquistare
quell’uomo. Abituatasi fin da piccola, quando era servizio, a
fare la faccia da Cerbero ai padroni che regalavano mance di
nascosto dalle mogli, che cercavano di pizzicarla, aveva sempre
reagito in modo scostante dimostrando che lei”non era una di
quelle” e non si prestava a simili equivoci giochi e agli
approcci maschili male intenzionati., tanto che pensava:”gli
uomini sono tutti uguali”. Tutti avevano quel “fine ultimo..”
Il vedere quell’uomo così serioso distinto e così bello , con
gli occhi azzurri d’un azzurro più azzurro del cielo di Napoli a
settembre dallo sguardo aperto, leale e dal sorriso luminoso le
procurava un senso di serenità. E si sentiva felice. Forse era
stato influenzato dalle poesie con cui la notte
s’addormentava:la sua preferita era innamorarsi, d’un poeta
quasi sconosciuto: innamorarsi/
Fatto sta’ che da quello sguardo ne rimase rapita, catturata.
Il capostazione fu l’unico che una mattina le s’avvicinò
(approfittando della sua temporanea solitudine( i tre fratellini
erano infatti andati al bagno e lei attendeva fuori della
toiliette che uscissero)le sussurò: ”Buongiorno, Signorina..” ad
un cenno di lei con la testa, prese coraggiò e pronunziò: “ Vi
vedo tutte le mattine dall’inizio dell’estate e i vs occhi non
mi sono passati inosservati..”
Adele per poco si sentì mancare. Tramortita non seppe che
balbettare un ”..ma io” mentre pensava : -anch’io sapessi quanto
li ho sognati i tuoi occhi-, ma bofonchiò solo, arrossendo
palesemente, un timido: “veramente io.. io non vi conosco.. non
so..”
Il capostazione riprese ”questo è i mio biglietto da visita se
volete, se vi fa piacere, potete chiamarmi quando volete, io
sarò sempre disposto a rivedervi a risentirvi.
Magari potrei avere il piacere d’offrivirvi un bella coppa di
gelato.. Conosco una gelateria che fa i migliori gelati di
Roma.. se acconsetiste ..ne sarei veramente felice e onorato..”
Quel timido “io non so se..” lasciò intravedere che tra i due
sicuramente ci sarebbe stato un futuro.
I giorni successivi passarono tra lo scambiarsi una serie
d’occhiate e sguardi languidi senza che Adele avesse mai il
coraggio di parlargli.
Adele era assetata di calore e attenzioni mai conosciute e le
parole con cui quel baldo giovane le aveva pronunciate le
sembravano audaci, ma veraem, prodonde sincere, che sgorgavano
dal cuore in un desiderio d’inellutabile felicità e sincerità.
Le parole la trasportavano lontano su un pianaeta lontano al di
là delle nuvole in un mondo delle idee, platonico, fatto di
paesaggi incantati e scenari da favola.
E lui era bello e lei era bella
“Girasole che tendi al sole, fa che io m’illumi dei tuoi
petali..”
Sangue del mio sangue, Regina delle mie notte estive.. e gli si
abbandonò.
Alla fine del 24’. Si sposarono e nel 27 nacque Umberto,
seguirono, Sandra e Bruna.
Nel 42’ la guerra gli strappò Mario.
Le truppe tedesche che rastrellarono Roma dopo l’attentato di
Via Rasella, prersero anche lui su quei tristi camion che lo
portavano ai confini.
Poche lettere scritte di tanto in tanto, scevre delle parti
censurate, che alla fine diventarano sempre più rade.
Adele capì che il suo destino era segnato . Il bel capostazione
si era sacrificato per la famiglia poichè Mario fu preso dai
nazisti per mettere in salvo i 3 bambini presso una casa di un
suo collega. Proprio mentre usciva da quella’abitazione fu
rastrellato da un camion che passava in quel momento. Questo fu
l’ultimo ricordo che I figli ebbero di Mario. Mentre con le dite
e lo sguardo verso di loro che lo vedevano dalle grate della
finestra sorrise dicendo: “addio ragazzi , abbiate cura di voi,
e sostenete la mamma, vi prego, ditele che l’amo!”
Quando ad adele fu comunicata ufficialmente la morte con un
telegramma proveniente da Auschwitz, la nonna non si riprese
più. Le sue giornate vuote e prive di luce “fornita dall’azzurro
deglio occhi di Mario” scivolarono via tra un lento tran tran
d’ineluttabilità e rassegnazione. E imprecazioni. Contro la
guerra che mette gli uomini contro, l’un l’altro.. e contro il
cielo che aveva pernesso questo, “Dio che sei nell’alto tu chei
sei l’onnipotente perché hai fatto questo? Perché hai permesso
tutto questo?”
Tutte le giornate trascorrevano così con l’eterna domanda
rimasta senza risposta.
I figli le davano ancora quel poco coraggio di vivere. Lei
viveva, trascinava la sua magra esistenza solo per i figli, ma
si vedeva che era priva di slanci.
Negli annni 70’ la morte dei miei genitori in un incidente aereo
la fiaccò quasi del tutto.
Questa volta fui io, l’incosapevole artefice della sua forza di
sopravvivenza.
Non me ne resi mai conto prima, ma ora, posso dire con
certezza: “Lei viveva e vive per me!”.
E ciò è motivo di gioia.
Io anche, adesso, rispettatto uomo d’affari, vezzeggiato e
adulato dalle donne per l la mia bellezza e.. per il mio conto
in banca, ora che me ne rendo conto, ora che ho raggiunto una
leggerezza inattesa nella mia vita, penso di poter affermare,
che sì, anch’io vivo per lei. E il mio pensiero va a tutti
quegli anziani, emarginati dai propri figli, emarginati dalla
società. che riposano in delle asettiche case di cura, o che
non hanno neppure un misero tetto, che non chiedono nulla, dopo
aver dato tanto, se non un misero abbraccio, un sorriso dato con
amore e un po’ di compagnia e comprensione.
Se potessi, li raccoglierei idealmente in un unico abbraccio li
caricherei nella mia jeep e li porterei tutti quanti al
mare.
“Natura umana or come se frale e tutto in vile se polve ed ombra
sei tant’altro senti..”
(G: Leopardi)
Altro Capitolo: La nonna.
Eccoci qui, finalmente l’una accanto all’altro. Un abbraccio
caldo e pieno di lacrime.
In un attimo Giovanni rivisse tutta la sua infanzia che gli
scorreva in un susseguirsi dinamico, sorprendentemente veloce
d’immagini. Poi le braccia e le mnni dell anonna dai lineamenti
delicati, le dite affusolate e le unghie smaltate ancora ben
conservate con dignitosa premura,non raggrinzite dalla penosa
mano del tempo.Poche parole in quel attimo che ssumeva una
valenza eterna.
L anonna trovò per prima il coraggio di prlarmi.
Sono felice, aspettavo da tanto tempo questo momento..perché
non sei arrivato prima?
Lo so-riprrese poi con una penosa bugia a se stessa- sei sempre
indaffarato, ma diavolo, per la nnna possibile non trovavi un
momentino?
Nonna, scusa è che.. e chè ho avuto dei momenti diffcili-cercai
di giustificare con unapietosa bugia, ingannando me stesso e
soprattutto lei.
Vedevo che faceva fatica a guardarmi, mentre mi passava le mani
sui capelli e sulla faccia.
Siediti lì su quella sedia dove c’è più luce. Purtroppo da
quando ho la cataratta nonriesco a vederti più bene. Parlami di
te, erano venta’anni che non ti vevdevo.
Io dovrò operarmi dopo natale, purtroppo non ho adesso la
possibilità perché il prof. Micheli mi ha detto che le
operazioni sono pure semplici, ma è meglio affrontarle
d’inverno.
Aveva peccato un po’ d’insesibilità il professore – pensò tra
sé Giovanni- “Dicendo così ha fatto capire che è vecchia e che
qualsiasi operazine a una certa etàà
Può assumere toni drammatici.
Si riprese dai suoi pensieri e continuò ad ascoltare la nonna
che proeseguiva raggiante in un tono illusoriamente speranzoso.
“Mi ha promesso che questo intervento mi restiutirà la vista di
un neonato..” aggiunse felice.
“Poverina, rede alle illusioni..” .Le illusioni sono pericolose
misitificano la realta, la rendono piacevole ma poi si si
scontrano quando scopriamo cje la stessa è ben altra da quella
che noi fino a ieri avevamo sognato.
Tutto sta a come ci predispone nel confrontarci con le
avversità.Nel caso di nonna, lei poveretta si illudeva di poter
riacquistare la vista, con l’aiuto della scienza medica
rappresentatat dal professor Micheli.
“Che Brav’uomo” non credi? Lo dovresti vedere lamattina quando
vienei medici
Facciamo un passo indietro: quando portai in ospedale quel
povero vecchio, già nella corsa frenetica dell’ambulanza in
mezzo al traffico della City, mi resi conto che qualcosa in me
stava cambiando: mi sentivo diverso, come se tutto interno a me
all’improvviso fosse vuoto.. mi trovavo senza accorgemrmene in
Una landa desolata e deserta dove i miei soldi non contavano
più, dove i miei pensieri non erano più rivolti nè agli affari,
nè a squallide storie con sgualdrine, ma erano rivolti solo
alle condizioni di quell’uomo che , presumibilmente, al seguito
di quell’incidente avrebbe potuto riportare serie conseguenze .
Riflettevo sulla condizione sua e di molti anziani costretti a
vivere soli, senza l’aiuto di nessuno, e m’immaginavo io stesso
vecchio e solo al tramonto della vita, emarginato da tutti, ad
elemosinare un invito a cena o a pranzo dai miei figli o un’ora
di colloquio con i miei nipotini, che, sicuramente di perdere
tempo con un povero vecchio come me, non avevano alcuna
intenzione.
Eppure questo problema esiste. E’ reale. Ed è sempre esistito
fin dalle epoche antiche.Il senso della morte da vecchi è molto
sentito. E non è solo della nostra civiltà Il problema della
solitudine dell’anziano è un problema tanto più attuale che sta
diventando una vera e propria piega sociale.
Nella cultura Eschinese lessi una volta che quando gli
uomini diventano vecchi e non sono più in grado di cacciare e
pescare, e le donne hanno esaurito il loro ciclo biologico si
allontanano dal nucleo famigliare e si perdono nel nulla,
annunciando una morte volontaria. Il loro sogno è quello che
nevichi sempre perché la neve li ricopra.
In Giappone è un po’ diverso, c’è il senso del sacro: i vecchi
possono adagiarsi senza colpa sul vegliare della giovinezza.. ma
anche lì si trovanano tantissime pensioni per anziani e tante
coppie giovani che mal sopportano l’intrusione dei genitori
anziani nella loro vita.
Fortuna che oggi la moderna scienza, con i gerentologi
affrontano il tema con molta accortezza e la maggior parte di
loro crede nella sopravvivenza della vecchiaia.
Nel corso di quella giornata quando tornai successivamente in
ospedale per attendere notizie dalla sala rianimazione ebbi la
fortuna d’incontrare una gerentologa, che svolgeva la sua
professione in quell’ospedale. Non era bellissima, ma il suo
giovane aspetto, la sua faccia pulita e luminosa mi diedero
subito enorme fiducia,mi confortarono. Parlava a voce bassa
quasi per timore di disturbare i pazienti e per un riverente
rispetto per le condizioni umane. Mi piacque, quella donna.
Mi accennò che la situazione lì era molto dura, tra malati
terminali che imprecavano a una morte rapida che potesse
toglierli di mezzo da queste sofferenze,.e che spesso, lei per
arrotondare la bassa paga era costretta fare gli straordinari,
lavorando per una casa di cura fuori dalla città, Hope village
a due passi dalla mia casa.
Diventammo amici e forse, da quel momento la mia vita cambiò,
perché, presi a frequentarla quasi assidamente, e sinceramente,
da quel giorno non facevo più le ore piccole in ufficio ocme
prima, ma appena potevo, mi dileguavo per poter rivedere lei.
E riscoprire i piccoli piaceri della vita come prendere un tè
tra le volute di fumo che mi arrossivano la faccia o mangiare un
piatto di pesce davanti una finestra sul mare o guardare con
intensità la luce delle stelle e divirtirsi a cogliere le
analogie cromatiche con gli occhi di lei.
|