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CAPITOLO V

L'Aeroporto "Leonardo da Vinci" era affollato, pullulava di gente proveniente da tutte le parti. I campanili bitonali suona­vano per annunciare gli arrivi e le partenze.

– Noi partiremo. Che stolti quelli che stanno arrivando!

Silvia pareva muta. Non muoveva neppure gli occhi. In certi momenti sembrava come ipnotizzata, eppure camminava!

I ragazzi non si rendevano canto di quello che stava per acca­dere. Poveri piccoli: erano nati in un paese con la speranza di una vita bella e invece andavano incontro alla infelicità e alla morte.

Si dirigevano verso il cancello trentatre: camminavano, non si arrivava mai con tutti quei bagagli.

Silvia, proprio come aveva fatto sua nonna al tempo della guerra, nel `quarantadue’  portava avvolto alla vita. una specie di sacchetto con tutto l'oro del suoi cari. Non era tantissimo, ma per loro significava molto. E lei intendeva preservarlo anche per­ché erano ricordi di famiglia, di quella famiglia che probabilmente non avrebbe rivisto mai più.

Procedevano spingendo ciascuno la propria valigia con le rotelle; il resto dei bagagli era stato già spedito, consegnato al check-in per il controllo.

Finalmente si inoltrarono nel tunnel che li avrebbe condotti all'aereo. Un senso di soffocamento pervase i due coniugi, ma i ragazzi fecero la salita con tranquillità, quasi con gioia: per loro era una novità!

I passeggeri si affollavano al piccolo ingresso dell'aereo poi, alla spicciolata, piano piano, prendevano ognuno il loro posto. Anche loro sedettero: i bambini dietro, i genitori avanti. Forse sarebbe state meglio se i piccini si fossero seduti davanti a loro. I genitori, in tal modo, potevano controllarli.

Controllarli? Già, ma cosa poteva accadere se l’aereo fosse stato abbattuto, se la guerra fosse scoppiata in quel momento, non si sarebbe salvato nessuno.

Una musica lieve giungeva ai loro orecchi, ma non riuscivano a goderla.

- The last flight -. Chissà perché ! - The last flight -, affatto bene augurante.

Venne diffusa poi anche un brano di musica classica ma Giacomo non riusciva a goderne benché fosse del suo genere pre­ferito.

D'improvviso la musica cessò: "Signore e Signori benvenuti a bordo del volo AZ 547 ..." con voce stentorea l'hostess annun­ciava la partenza, l'orario d'arrivo, la temperatura a terra poi, le istruzioni per l'uso della maschera dell’ossigeno: - A che serve? tanto se succede qualcosa, moriamo lo stesso! - Giacomo aveva chiuso gli occhi. Non voleva vedere il distacco dalla sua Terra, non ci teneva proprio. E invece i bambini, tutti e due volevano curiosare, ma uno soltanto poteva vedere; solo quello dalla parse dell'oblò.

- Facciano pure, io non voglio guardare -, pensò. Socchiuse gli occhi e si volse dall'altra parte. Il passeggero accanto a lui leg­geva il giornale, impassibile. Chissà, forse anche lui partiva per la stessa ragione.

Il "Messaggero". Il "Messaggero", leggeva quel signore accanto.

Quel messaggio di guerra, quel messaggio di tristezza, foriero di tante cose tristi. Se almeno avesse avuto un altro giornale! II "Messaggero": che messaggio portava, il "Messaggero?".

Il suo 'messaggero' era stata la radio di qualche giorno prima, poi i comunicati della TV e, da quel momento lui non aveva più vissuto.

L'aereo si sarebbe staccato da terra fra qualche minuto con quel fragore assordante dei motori al massimo dei giri. Per chi non avesse mai viaggiato poteva trattarsi di una grossa emozione.

"Si prega di allacciare le cinture e di non fumare, grazie!”

"Ladies and gentleman, please you're kindly requested don't smoking."

Giacomo aveva chiuso gli occhi, aveva il capo reclinato sul petto c era disturbato da quel fragore assordante; poi, i motori a pieni giri: si senti spingere all'indietro. Ecco, il decollo era avvenuto! Non avrebbe mai più toccato il suolo natale. Gli venne in mente la Poesia del Foscolo, "A Zacinto": Ne mai più toccherò le sacre sponde ove il mio corpo fanciulletto giacque...”

Le sacre sponde in quel momento, erano le sponde della sua Terra, le sponde del suo adorato mare. Si sentiva anche lui molto vicino a quel poeta che pure non lo aveva mai tanto entusia­smato: la figura dell'esule che fugge dalla sua amata Patria.

Non gli pareva il caso di fare del patriottismo, perché lui soffriva davvero. L'Italia mano a mano scompariva, coperta dalle nubi impietose; si sorvolavano campagne, fiumi, laghi e giunti sopra al mare, l’Italia gia diventava un ricordo lontano e vuoto; rimane­vano solo quelle lettere, quelle sei lettere che adesso, a occhi chiusi, immaginava scritte nel cielo con la luminosità delle stelle, a caratteri cubitali: I T A L I A; provò un immenso e spaventoso vuoto.

Lui era italiano e si sentiva orgoglioso di pronunciare quel nome.

Un vuoto, ancora più incolmabile del primo, lo assalì.

Riapri gli occhi e si accorse che, per la seconda volta in quella giornata, piangeva. Erano lacrime amare, calde, cocenti di delu­sione. Erano lacrime d'amore ... d'amore per la sua Terra, per i suoi cari: lacrime d'amore ... e di odio per coloro che avevano fatto si che si fosse giunti a quella maledetta guerra e che, di con­seguenza, lo avevano costretto a partire per rifugiarsi altrove; erano lacrime di odio contro coloro i quali avevano preteso da lui quel distacco.

All'improvviso si pentì di essere partito. Ora avrebbe preferito restare.

-             Ma no, no, mi sono comportato in modo saggio; ciò che è fatto è fatto, non bisogna tornare indietro sulle decisioni prese! - Si ripeteva cercando di autoconvincersi. Se fosse rimasto, sarebbe morto con tutti i suoi cari, su quella terra che lo aveva generato. Sarebbero morti tutti abbracciati in un ultimo addio che, chissà, forse poteva essere un arrivederci. Per lui, vissuto sempre senza Dio, balenava una speranza che si sarebbero ritrovati “Lassù”.

-Ma no, no, che fandonie erano mai quelle! - pensò.

Tutto si crea, tutto si distrugge, “panta rei”, tutto scorre: la te­oria atomistica rimbombava nella sua mente.

Sarebbe stato tanto bello poterli rivedere “Lassù”, tutti. Quei poveri vecchi che lo avevano lasciato andare via senza un gemito, ma con tanto dolore dentro; e poi, 1'amico Ranieri, l'amico di sempre, l'amico del cuore, al quale nel giorno del distacco non riuscì a dire neppure una parola; solo un lungo interminabile sguardo che voleva significare tutto. Uno sguardo sincero, negli occhi ormai resi lucidi dal pianto e dal dilatarsi delle pupille per 1'emozione. In quegli occhi era contenuta l'essenza di una amici­zia che racchiudeva tutta la loro vita.

Sarebbe stato tanto bello poter rivedere il suo paese ricostruito “Lassù” tra nuvole e stelle, a un passo dalla luna, dall'amata luna, ispirazione e fonte primaria dei suoi ragionamenti sulla caducità delle cose terrene.

Adesso era Lassù: tra nuvole e stelle e ricordava quella canzone che stava diffondendo la radio. Guardava il cielo e passava la mano sulla spalla di Silvia che piangeva sommessamente.

"Avremo una nuova vita", le disse, "Una nuova vita tutta per noi”.

"Ma senza di loro...", singhiozzò Lei.

"Lo so, è triste, però sarebbe stato ancora più triste veder morire i nostri figli."

"Noi non li avremmo visti morire!" diceva lei fra le lacrime, "perché saremmo morti con loro".

"Ma pensa come sarebbe stato triste, sapere che la loro vita sarebbe stata spezzata per sempre", rifletté Giacomo.

"No, no", rispose lei con foga: "La loro vita sarebbe conti­nuata insieme a quella dei nostri genitori, dei nostri cari, dei nostri amici; adesso invece, siamo soli davvero. Soli in un mondo diverso, che non so se ci sarà ostile; soli in un mondo forse dimen­ticato da Dio! Dovremmo ricominciare tutto daccapo in un mondo nuovo".

"Già, nel mondo dei vigliacchi, che hanno voluto fare l'im­possibile per salvarsi e sono rimasti soli!" proruppe Giacomo. "A cosa serve questa vita se tutto il nostro passato rimarrà sepolto sotto le macerie; a cosa serve vedere le stelle, gioire del refrigerio della brezza marina dopo una giornata afosa, se tutto questo non siamo più in grado di apprezzarlo perché addolorati, angustiati?"

"Serve a noi!", disse Silvia con veemenza. `"Serve a noi quat­tro! Eppoi ai figli dei nostri figli. Noi continueremo a vivere e a perpetuarci: i nostri figli continueranno a generare e perpetuare il nostro sangue, proprio come i nostri genitori hanno fatto con noi. E noi non saremo morti del tutto. I nostri cari neppure, perché hanno lasciato noi sulla Terra. Noi due per egoismo, per amore o per vigliaccheria stiamo preservando la loro vita immor­tale perché questa é l'immortalità, non quello che pensi tu. Siamo realisti. Noi ce ne andremo del tutto ma i nostri figli vivranno per noi.''

"Hai ragione Silvia! Sai, a volte mi chiedo se siamo più vi­gliacchi noi o loro, quelli che sono rimasti e che non hanno avuto il coraggio di sopravvivere, di lottare."

Silvia sospirava, si asciugò gli occhi mentre la voce della ho­stess ricordava di allacciare le cinture. - Ci siamo! - É l'inizio della nuova avventura, asserì Giacomo.

L'aereo sgancio i1 carrello, il rombo dei motori si attenua: era iniziata la discesa verso il suolo di un altro paese tanto lontano, ma che, chissà, i bambini e loro stessi forse, avrebbero imparato a amare.

 

* * *

Un'afa umida li accolse all'aeroporto tanto che Silvia e i ra­gazzi furono costretti a togliersi le giacche invernali. Giacomo lo sapeva e si era premunito portandosi una mogliettina a maniche corte.

Iniziarono le formalità doganali e aspettarono in silenzio per qualche minuto all’uscita.

Silvia guardava quel luogo con curiosità: per lei era tutto nuovo, l'aeroporto era bello, grande, piacevole da vedersi. Risultava difficile immaginare che a pochi chilometri di distanza esistevano immense pozze d'acqua dove gran parte della popola­zione locale andava a fare il bagno a lavare i panni e a farli asciu­gare nella radura circostante.

Lunghe interminabili file di 'bidonville' costeggiavano la strada che dal grande aeroporto conduceva al centro della città o lungo il litorale.

Giacomo sapeva tutto, conosceva già quei luoghi e si muoveva con una certa sicurezza.

A un tratto intravidero una persona che si sbracciava salutan­doli. Era Pascal, 1'amico con il quale Giacomo aveva continuato a intrattenere rapporti epistolari e telefonici: ora quell'amico era indispensabile. Era lui la base logistica e organizzativa: a lui aveva demandato il compito di preparare il trasferimento della propria famiglia sul territorio locale.

Pascal fu molto felice di aiutare Giacomo. Curò tutto tutto nei minimi particolari. Gli africani sanno essere molto ospitali e ami­chevoli con chi vuole loro bene.

Dopo i soliti convenevoli, l'amico li condusse ad una macchina che li portò fino all'imbocco di una laguna. Poi, scesero s'imbarcarono su una `pinassa' e da li approdarono su una lin­gua di terra, sulla sponda del mare, con una interminabile fila di capanne. Quella loro assegnata era proprio in riva al mare. Le palme, alte e snelle, dondolavano allo spirar del vento; le loro cime spennacchiate sembravano simili a quelle che adornavano il lungomare della sua cittadina.

L'Africa, pero, si scopriva attraverso un particolare insolito: l'esigua spiaggia era ingombra da enormi piroghe, canoe monopo­sto o biposto scavate interamente a mano nei tronchi degli alberi.

In Europa, non ne esistevano di quella specie. Le piroghe ser­vivano ai pescatori per uscire in mare a procacciarsi il cibo.

Anche il mare non avrebbe potuto essere che africano: era molto più vasto rispetto a quello che Giacomo era abituato a ve­dere dalla finestra di casa sua e questo acuiva ancora di più la sua angoscia: quello che vedeva ogni giorno lo considerava immenso, questo appariva ai suoi occhi, addirittura senza limiti e confini!

II mare, sotto un cielo cosparso di grandi nuvoloni scuri, sem­pre in movimento, che talvolta sparivano rendendolo terso per poi riapparire inplumbendolo, aveva un colore torbido ed era sempre ruggente: una forte corrente lo agitava.

La gente accolse gli ospiti con curiosità e scetticismo perché qualcuno, non a torto, vedeva nella loro pelle gli antichi coloniz­zatori, gli antichi schiavisti europei.

Nei pressi, tra i1 villaggio e la spiaggia, sorgeva un albergo fre­quentato da turisti, per lo più francesi; c'erano pare anche pre­senze italiane, spagnole, inglesi e brasiliane.

Tra l'albergo e la spiaggia c'era una grande piscina, campi da tennis, di calcio e per la pratica di altri sport.

I clienti si tuffavano nella piscine e, tra una nuotata e 1'altra, facevano colazione a base di ananas e cocco serviti da graziose hostess.

Questa era la vita per i turisti, ma per Giacomo l'esistenza in quel luogo era ben più dura. Si alzava la mattina presto per uscire in piroga a procacciare del pesce, poi si prendeva cura del rac­colto di ananas che preparava a stipava in grosse casse per conse­gnarle al mercato da dove poi sarebbero partite per giungere alle vane destinazioni europee.

Nel pomeriggio si dedicava a apprendere le tecniche di lavora­zione del legno e dell'avorio.

Come era differente l'esistenza che conduceva ora! Come era diversa da quella che viveva in città.

Giacomo era un uomo di pensiero, spirito meditativo dalla vita interiore ricchissima e tormentata; non era certo un uomo d'a­zione! Gli mancavano i suoi amati studi, le sue carte, i suoi libri. In compenso, al pensiero di poter stringere rapporti umani con quella gente che, in fin dei conti, sapeva di amare, di instaurare quel primitivo ritorno alla natura selvaggia cosi caro a Rousseau, lo confortava facendogli dimenticare, per gran parte della gior­nata, gli orrori della guerra e il pensiero dei suoi cari e del suo pa­ese.

Rispetto a quei terribili giorni trascorsi in città dopo il “comunicato dell'imminenza della guerra”, aveva sensibilmente ridotto il consumo di sigarette. Era più rilassato e ben si vedeva!

Per i ragazzi c'era stata un po' più d'insofferenza. All'inizio, mancavano loro le abitudini e le compagnie della loro cittadina ma, ben presto, si abituarono e si integrarono perfettamente con gli usi e i costumi locali.

E Silvia, cosa faceva Silvia durante il giorno? Se ne stava per ore e ore ad ascoltare il rumore del mare sdraiata sul giaciglio della sua capanna malgrado le donne del villaggio l'invitassero più volte a uscire, a farsi compagnia. Lei declinava sempre gli inviti con un: "No, grazie, Sono stanca!".

"Femme blanche, voi venire, tu uscire .., con .., noi, noi fare tu vedere luoghi bellissimi..." In voce di `Mami' la invitava a uscire ... ma lei proprio non riusciva a muoversi.

"No, grazie", ripeteva scostante. Era apatica: "ci vediamo domani grazie!" bisbigliava in un francese alquanto rozzo.

Voleva rimanere sola. Sola con il suo dolore, con il suo lutto nel cuore. Piangeva per il suo paese, per la sua casa, per i suoi cari e non riusciva a capire perché, in quel maledetto posto non giun­gessero notizie. Esistevano i giornali locali ... ma a Silvia cosa poteva interessare di quello che accadeva in quei dannatissimi luo­ghi? Il suo cuore, il suo spirito erano altrove. Li c'era l'involucro fisico, ma la sua anima era ancora là, nel giardino di casa sua, tra le lenzuola candide del suo letto, tra le pareti delle sua cucina.

A volte, questo state d'animo la spingeva ancora di più a serbare rancore per quel popolo così sottosviluppato: Silvia faceva il raffronto tra la sua civiltà e “quella” civiltà poi, però guardava i bambini giocare serenamente e cercava di convincersi che biso­gnava essere pin tolleranti.

Ella non riusciva proprio a dimenticare. Giacomo tentava di farla distrarre. Poiché era pratico di quei luoghi le propose per­fino, di andare a Abidjan, la capitale, per fargliela visitare. Era a un'ora di macchina dal villaggio, ma lei rifiutava costantemente.

Quando calava la sera e i1 buio avvolgeva le cose, a Giacomo sembrava di essere nel suo giardino e la brezza leggera, che si le­vava dal mare e mitigava l'afa, gli ricordava quei pomeriggi quando, disteso sull'amaca, si lasciava andare a riflessioni sul co­smo e sulla fragilità umana.

Ora pensava a mondi lontani, a galassie, ad altri sistemi solari, a universi paralleli che forse esistevano davvero. Che bello sa­rebbe stato se in qualche poste dell'infinito cosmo fosse esistito un altro sistema solare, un'altra terra, popolata dalla stessa gente, nello stesso tempo, ma senza la guerra!

Un mondo dove tutti vivessero felici e contenti, dove tutti fossero uguali dove tutti beneficiassero di un ambiente protetto, pulito.

Un mondo senza odi, un mondo nel quale condurre un'esi­stenza degna di essere vissuta: – Dio mio, perché l'umanità è cosi cattiva con se stessa? - Se la vita è sventura, perché da noi si dura?Perché, perché, mille perché tormentavano la sua mente.

Ora vedeva e provava a immaginare paesaggi ottimali, fiumi, ruscelli incontaminati.

"Giacomo sono pronta!" la voce di Lei chiamava e lo ripor­tava alla realtà.

"Bene, andiamo!" sospirò lui distrattamente e, intanto conti­nuava a vedere con la sua immaginazione nuovi universi.

Laggiù, lontano, sulla sponda opposta della laguna, si vedevano file indistinte di palme e si notavano le luci dei ristoranti sul mare.

Dietro l'albergo passava la lunga strada litoranea, illuminata dai fari dai lampioni, percorsa da silenziose automobili.

II paesaggio era variegato, ma spesso si incontravano estese piantagioni di ananas, una delle maggiori risorse d'esportazione del paese, insieme al cocco, al tabacco e al caffè.

Silvia era una grande mangiatrice d'ananas. Le sembrava strano trovarsi proprio nel paese dove venivano coltivate. Quanta volte in casa aveva letto sull'etichetta “product of Cote D'ivoire”!

In fondo alle stradine trasversali, sabbiose e disselciate - resti di un colonialismo esistito solo per sfruttare -, si poteva scorgere l'imponente e tenebrosa foresta equatoriale con i suoi parchi, ri­serve naturali e il sottobosco popolato da animali feroci.

Questa atmosfera, sia pure unica nel suo genere, per le forti sensazioni che emanava, non riusciva, pare, a nasconderle lo slit­tamento lento e progressivo che il loro rapporto stava vivendo.

Più il tempo passava più Silvia si sentiva un'ameba; provava un vuoto sempre maggiore attorno a se.

In quel luogo, dove sembrava che suo marito si divertisse tanto, lei soffriva terribilmente. Soffriva per la lontananza dalla famiglia, ma anche e soprattutto perché sapeva che non sarebbe tornata più nel suo paese.

Si chiedeva come mai e perché, Giacomo non soffrisse di quel vuoto spaventoso del quale lei si sentiva avvinta. Viveva ogni giorno un'esistenza tanto travagliata e in certi momenti, si per­cepiva terribilmente sola, al contrario di lui, che si divertiva giorno dopo giorno, sempre incuriosito e affascinato, mai preoc­cupato da quella nuova avventura.

Prima delta partenza, lei credeva di essere amata, ma ora si sentiva completamente abbandonata, in balia di se stessa come se lui non la volesse più tra i piedi.

I suoi bambini non le bastavano Sarebbero bastati i loro sorrisi, le loro parole, se ci fossero state, ma loro erano presi dalle novità offerte dall'ambiente circostante, dalle persone che ave­vano incontrato e che incontravano continuamente e dai rari stranieri che vedevano di tanto in tanto.

E adesso lei era sola. Quel giorno era rimasta ancora una volta seduta su quel masso vicino al mare: si guardava intorno. 1 pesca­tori tiravano le reti dicendo parole che erano per lei incompren­sibili: cantavano una nenia che faceva, più o meno: `o ouallà, mami ouallà...', ma sapevano gioire, erano contenti per quei frutti che il mare e la terra dava loro, di quel sole, di quel mare, di quel cielo.

Lei ormai non gioiva più. Avrebbe pianto tutte le sue lacrime per ritornare alla sua terra oramai perduta, per gli affetti che non avrebbe potuto mai più ritrovare. Nonna Adelina, sua sorella Vilma, suo fratello Antonio, la mamma e il papà e, perché no, anche la zia Fulvia ... quella antipatica rompiscatole che da bambina la sgridava sempre e a cui adesso, anche adesso che era adulta, non le andava mai bene nulla di quel che faceva. Aveva perfino da ridire sui suoi figli, su come li allevava, su come li educava:

- Che il diavolo se la porti! – quanta volte lo aveva pensato; ma adesso! Povera donna Fulvia, forse gia non c'era più, forse non c'erano più né il suo papa, né la sua mamma, forse era rimasta solo lei. E con quale diritto era sopravvissuta lei soltanto, e per chi era sopravvissuta? Per quei bambini che se ne stavano tutto il giorno fuori dalla capanna, che non le sorridevano mai, o forse per quell'uomo che un tempo riteneva di amare, dal quale sperava di essere riamata e che ora non le chiedeva mai nulla, che non le passava mai una mano tra i capelli, oramai arsi dalla salsedine, che non ammirava più quel suo corpo che non era ancora da buttar via? Quei suoi splendidi occhi che i pescatori guardavano spesso incuriositi e ammirati, ancora potevano risplendere sulla sua vita, per la vita, solo se lui l'avesse voluto. Invece ... più nulla, solo il vuoto!

Non facevano più l'amore e lui si giustificava con il fatto che dormivano in quattro nella capanna, che i bambini avrebbero sentito. Ma allora, non esisteva più niente per loro? I baci, gli ab­bracci, anche quelli non c'erano più. Suo marito era tutto preso da una specie di delirio per quel paese, che non aveva visto l’ora di raggiungere e lei riteneva che quasi ringraziasse il cielo per aver mandato quel cataclisma in Italia. Era assolutamente inconcepi­bile il modo con il quale Giacomo conduceva la loro storia.

Silvia lo vide spuntare con i capelli dritti, anche i suoi capelli risentivano della salsedine, e con gli occhi lucenti; sembrava fi­nalmente felice; pareva che non esistessero altro per lui che quella terra, quella gente, quei lavori “forzati”, come li chiamava lei. Le sue mani erano divenute callose, il suo volto abbronzato dal sole equatoriale come le sue spalle e il suo petto.

Anche lei era abbronzata, ma le sue mani erano ancora morbide, i suoi piedi sempre protetti, le sue spalle rosee; lei era rima­sta italiana in tutto e per tutto!! Le sue lacrime facevano da cor­nice a quel bel volto e spuntavano da quegli occhi azzurri come perle, irrorando il bel vino, tanto triste. I bei capelli biondi non ri­cadevano più sulle spalle come una massa morbida e lucente di oro lino, ma erano raccolti sul capo come quelli delle contadine del paese di zia Fulvia.

Non un entusiasmo, non un desiderio, non una speranza, non una attesa ... cosi si sarebbero consumati i suoi giorni. Forse sa­rebbero tornati a casa, ma non avrebbero trovato nulla. Avrebbero dovuto incominciare tutto daccapo, - lei avrebbe pianto su quelle macerie, o forse no ... avrebbe ritrovato tutti, tutti miracolosamente indenni.

Perché non voleva sapere nulla? Se avesse saputo che erano tutti vivi si sarebbe sentita felice e anche loro lo sarebbero stati nel ricevere sue notizie. Giacomo si avvicinava a piedi nudi, a torso nudo, con il petto e le spalle abbronzate, fischiettando una canzone; lei non alzò nemmeno il capo. Lui la oltrepassò igno­randola, neppure la guardò: come poteva essere successo?

Perché la guerra cambia anche i nostri sentimenti, il nostro amore? Lui era tutto per i suoi figli, li adorava e ben si vedeva. Ma lei ... lei? Proprio non esisteva!

Silvia non piangeva neppure più. Non se la sentiva, non ce la faceva. Pensava che sarebbe stato giusto lasciarsi andare alla deriva, più di quanto non si fosse lasciata andare.

Si alzo e gli corse dietro: lo prese per un braccio. "Dove stai andando?" gli chiese.

"Dove sto andando lo sai ... bisogna fare pur qualcosa per gua­dagnarsi da vivere, qui. Non mi sto mica divertendo!"

Le aveva risposto senza neppure alzare gli occhi. Continuava a camminare a piedi nudi, non si sa come, senza bruciarsi, senza farsi male, mentre lei era sempre protetta dalle sue ciabattine e procedeva con passo malsicuro.

"Silvia, che cosa vuoi?" le chiese infine voltandosi.

Lei non rispose, ma rimaneva appoggiata al suo braccio. "Silvia ti ho chiesto che cosa vuoi?" incalzava lui con tono perentorio.

“lo vuoi capire che cosi non si può più andare avanti?" esplose lei fermandosi e stringendo un poco quel braccio nudo. "E allora, che facciamo, riprendiamo l'aereo e torniamo a casa?" ribatte lui con gli occhi di fuoco.

"Ma tu credi che a me non costi nulla stare qui, ma pensi dav­vero che io non voglia tornare a casa?" "A casa ... chissà che fine ha fatto a nostra casa!" gemé la donna. "Silvia, andiamo, smettila di torturarti e torturarmi!"

Lei riteneva che suo marito avesse dimenticato ogni cosa, che avesse deciso di non pensare più alla patria lontana, che l'avesse voluta dimenticare a bella posta, o forse ... non aveva dimenti­cato proprio nulla.

Lui proseguiva, ma sua moglie gli si appoggiò come un vecchio che volesse essere trasportato da un braccio virile.

"Devi dirmi qual cos'altro?" chiese lui piccato.

"Ma perché mi tratti cosi?" si indignava la giovane cercando di penetrare il suo sguardo che invece 1'uomo si ostinava a tenere basso.

"Non abbiamo molto da dirci in questo momento ... e, forse, non avremo molto da dirci nemmeno in seguito.,." scandì fer­mandosi e guardandola negli occhi, finalmente. "Che cosa do­vremmo comunicarci! Non lo vedi che siamo distrutti entrambi, non capisci che tutto questo ci sta torturando, ci sta togliendo la vita?"

Lui accelerava il passo, pareva che non volesse più continuare quella conversazione, ma Silvia non demordeva; voleva fine all'ultimo parlargli, capire.

Intendeva sapere assolutamente se anche quell'amore, oltre alla loro casa, stesse cedendo sotto il peso di quella maledetta guerra. Quell'amore che era nato in modo tranquillo, quasi impal­pabile, dai tempi della scuola, cosi spontaneamente e che viveva da tanti anni. Voleva assolutamente sapere, se qualcosa si stesse rompendo nel loro rapporto. Intendeva conoscere la verità, soprattutto, le premeva sapere se ancora per lui, quella ragazzina bionda, un poco spregiudicata, dagli occhioni azzurri, ora a dire il vero un po' spenti, contava ancora qualcosa per lui.

Giacomo continuava a camminare. "Ma dove andiamo?", espresse lei con gli occhi, cominciando a piangere. Finalmente riusciva a sentire che le lacrime le inumidivano le pupille, che le serravano la gola e forse ne era contenta perché riteneva di non averne più da versare.

“Vuoi dirmi, dove andiamo? Ti prego!" incalzava.

"Non lo so", ripose il marito senza alzare gli occhi. "Non lo sapevo neppure quando siamo partiti. Conoscevo, è vero, la meta alla quale aspiravamo - dove siamo adesso -, ma non ne cono­scevo gli sviluppi, non ne conoscevo l'ampiezza, la capacità; forse, oserei dire, non ne conoscevo l'importanza!" "Siamo a una svolta, a un bivio", riprese l'uomo dopo una breve pausa. Sospirò e si fermò di nuovo, appoggiandosi lui questa volta, al braccio di sua moglie.

"Io ho tanta nostalgia della mia casa, della mia famiglia, del mio lavoro, della mia gente..." balbetto Silvia quasi senza più re­spiro, un poco per l'eccessiva andatura alla quale era costretta per seguirlo e un po' per l'emozione che le serrava la gola. "Voglio tornare a casa, voglio rivedere i miei, voglio rivedere il mio giar­dino dove abbiamo piantato insieme tutti quei fiori, quella spal­liera di rose. i gelsomini che in primavera ci tengono tanta com­pagnia..."

Lui la interruppe: "Ci tenevano tanta compagnia..." e, dopo una breve pausa: "Avevamo, piantato ... Silvia, vuoi capire che tutto questo forse non esiste più? Tornaci pure a casa se vuoi! Tornaci pure; ma troverai solo un mucchio di macerie! I miei, i tuoi, potrebbero gia essere morti, e potrebbero anche non avere una tomba! Tornare, ma cosa vuoi dire?".

"Costruire un mondo nuovo sulle ceneri di un mondo vecchio. Ma solo questo! Vuol dire non trovare più nulla; ma chi siamo?" aggiunse Giacomo dopo un lungo silenzio. "Siamo noi due sull’arca ... siamo, chi diavolo siamo, noi? Siamo solo noi! Noi solo abbiamo conservato la razza? Solo da noi quattro dipende questo sporco mondo! Noi siamo sopravvissuti e va bene ... ma poi, verrà un'altra guerra che demolirà anche quello che abbiamo fatto noi. E i nostri figli, e i figli dei nostri figli ... a che cosa serve que­sta maledetta, sporca guerra? Mio Dio, se è vero, come dicono che esisti, perché non lo dimostri?"

"E io perché sono qui, perché ci siamo ostinati a vivere, a voler vivere per forza?" intervene lei.

Lui a questo punto la prese tra le braccia, la strinse a se. Il suo petto era bagnato di lacrime della sua compagna che non aveva mai smesso di amare ma che gli sembrava di aver dimenticato in un momento cosi tragico. Riprese a camminare e lei lo seguiva, col capo sul suo petto, come un cagnolino fedele ma smarrito. Rialzò la testa e guardò avanti. Pensava: - Non ci resta che guardare avanti o farla finita qui oggi stesso, in questo mare profondo ... non so come, ma farla finita qui!

No, non poteva, aveva i suoi bambini e poi forse lui 1'amava ancora perché l’aveva stretta tra le braccia. E lei aveva sentito quel contatto fisico come un contatto benefico che poteva giun­gergli anche da suo padre o dai suoi figli. Era un contatto privo e scevro da ogni desiderio sessuale, ma pieno daffetto.

Guardava avanti e erano ormai separati, ma lei gli camminava a fianco quasi meccanicamente. Lui le prese la mano e si diresse verso la capanna.

La guardò, cercò di sorriderle, ma non ne aveva voglia. Gli oc­chi di lei brillavano per le lacrime e forse per la gioia di averlo sentito accanto dopo tanto tempo.

Anche lei tentò un pallido sorriso che sembrava più un addio che non un “andiamo avanti”, ma lui non voleva badarci mentre continuava a camminare.

Si guardarono a lungo sulla soglia della loro capanna. Lei com­prese. Gli buttò le braccia al collo, e, stringendosi forte, comincia­rono a baciarsi. Ben presto lui si staccò dalle labbra della donna. Era pensieroso: "Silvia è difficile pensare a queste cose adesso!".

"Ma fa parte della vita", riprese lei distaccandosi.

"Tu sei giunto qui con noi perché volevi vivere, ma così non vivi nulla, cosi non vivi più ... dai soltanto a questo popolo l’amore che hai. Ma il resto, per te, per noi, che cosa stiamo fa­cendo?"

Lui comprese che Silvia aveva ragione, che anche questo fa­ceva parte della vita perché serviva a dare la vita, a creare nuove vite. Pose le labbra su quelle di lei timidamente, come quel giorno uscendo dalla scuola, mentre attraversavano la ferrovia, quando le nuvole basse minacciavano pioggia e loro erano tanto felici. Poi piovve, uno di quei torrenziali acquazzoni che sembravano equa­toriali, e si bagnarono come pulcini. Rimasero stretti stretti e continuavano a bagnarsi più che mai. Poi il temporale si placò. "Te lo ricordi?"

"Si, ma allora pioveva!" rammentò la donna con entusiasmo. "E che importa, ora c'e il sole!" E ci risero su, contenti per aver ritrovato la perduta armonia.

 
     
 

 

CAPITOLO XIV

  

Silvia saliva la lunga scalinata di legno, sconnessa, che condu­ceva nello studio improvvisato del Dottor Valeri. Il medico era uno dei pochi sopravvissuti, uno di quelli che, forse, ringraziava Iddio e il destino per averlo lasciato in vita.

Non poteva prevedere pare, quali sarebbero state le conse­guenze. Come si sarebbe svolta la sua esistenza, a cause delle ra­diazioni atomiche che si diceva fossero giunte anche nei rifugi.

La coppia salì quella scala in silenzio. Lei quasi trascinata con una forza, a volte impetuosa, a volte senza vigore, da parte di lui che non aveva neppure il coraggio di guardarla negli occhi.

Quegli occhi, che una tempo gli avevano ispirato tante cose sublimi, ora, non esprimevano più nulla. Erano occhi oramai vuoti, fissi su un abisso di tragedia, di dolore, di sconforto, di sconfitta, che nessun altro avrebbe mai raggiunto; fissi su un abisso d’ impenetrabilità e al tempo stesso di ineluttabilità.

Era un dolore “cocente” che lei non sentiva più, tanto l'aveva bruciata, tanto l'aveva devastata.

Silvia non sapeva se stesse vivendo o se stesse sognando. Quei due sogni premonitori belli e brutti allo stesso tempo, la tormen­tavano: spesso le tornavano alla mente e ogni volta provava una stretta al cuore! Era, pero, un dolore inconscio perché lei non riu­sciva a sentire nulla, proprio nulla da quel giorno, da quel triste giorno in cui quel sogno era diventato una realtà. Era stato un so­gno premonitore. Forse non aveva sognato, aveva inventato tutto. forse non era successo niente: lei era morta e adesso viveva nell'altro mondo, forse …forse ... forse...

Forse era soltanto impazzita, il dolore 1'aveva uccisa, ma non aveva ucciso il suo corpo, aveva bruciato soltanto la sua mente che adesso non voleva più.

Camminava con il capo basso ma non si rendeva canto di de­ambulare.

Lui la trascinava; ma la donna non se ne accorgeva, anzi, non voleva accorgersene! Ormai, non era che un relitto, come la sua casa, come tutte le cose che aveva posseduto, che adesso non esistevano più e che non era stata capace di ritrovare. Cose che erano state devastate dagli uomini e non dal destino.

Giunsero in cima a quella scaletta e entrarono in una specie di baracca di legno, con il pavimento anch'esso di legno sconnesso.

Lui, il dottore, era li a attenderli: il sopravvissuto Giorgio Valeri.

Aveva gli occhi fermi, ma non attoniti. Lui ancora riusciva a comunicare. Lui aveva saputo sfidare tutto: la guerra, il destino, le cattiverie umane... E viveva  solo al mondo, o forse aveva ancora qualcuno.

Lei non lo sapeva e probabilmente non voleva saperlo. Cosa gliene importava in fin dei conti? Non sapeva neppure se ella stessa esistesse.

L'uomo s’accostò alla coppia, tese le mani a entrambi: a Giacomo la sinistra, a Silvia la destra: sembrava un saluto strano: Più che un benvenuto pareva un addio.

Lei teneva gli occhi bassi. Lui, il medico, non poteva scorgere quello sguardo quasi vitreo.

"Si accomodino, prego!" Riuscì a dire a mezza bocca. Poi li condusse in una specie di stamberga dove c'erano dei vecchi gia­cigli che ricordavano tanto il tempo in cui erano stati in Costa d'Avorio.

Sedettero entrambi su due sgabelli. Valeri osservò la donna poi guardò Giacomo, come a dire: - Su chi devo operare? -. Giacomo fece un gesto per indicare che avrebbe dovuto lavorare per sua moglie.

La donna si alzò come se volesse scappare. "La rimetta se­duta!" Disse lo psichiatra muovendo appena le labbra.

"Come!" Face Giacomo "lo ... non posso obbligarla!". "La rimetta seduta!" Disse lui ancora una volta.

L'uomo rimase attonito. Non si può obbligare una persona a sedersi, a parlare davanti a quello sconosciuto.

Lui l'aveva condotta li nella speranza di cercare di trovare un rimedio per la guarigione della sua psiche che sembrava dilaniata dagli orrori della guerra e da quella parentesi africana, che lei aveva considerato devastante.

Adesso però Silvia voleva fuggire, fuggire l'evento, fuggire da quell'uomo, fuggire la sua stessa vita.

Il marito, rassegnato, la prese per un braccio e la obbligò a se­dersi quasi con forza.

Lei gli dette uno schiaffo sulla mano, sperando che lui liberasse il suo braccio, ma non lo fece.

"Siediti ho detto!" le intimò con voce perentoria e impetuosa. "Perché? Domandò lei.

"Perché devi!" Rispose suo marito sempre con lo stesso tono, sempre con la stessa imperiosità

La donna non ebbe il coraggio di ribattere. Sedette e Valeri cercò nello sguardo di quella poveretta che tentava di fuggire, di fuggire dalla vita a da quell'interrogatorio che fra breve avrebbe dovuto subire.

"Esca, per favore", disse poi rivolto a Giacomo.

"Dove vado?" Chiese meravigliato l’uomo vedendo che in quella baracca non c'era la porta.

"Scenda!" Gli impose il medico.

"No!" urlò la donna alzandosi e avvinghiandosi a lui.

"Siediti ho detto!" La obbligò ancora il marito, prendendola con ambo le braccia e facendola sedere a forza. Lei scoppiò in un pianto dirotto.

Lo psichiatra la guardò. Non riusciva assolutamente a pene­trare in quello sguardo.

"Se ne vada la prego!" Ingiunse a Giacomo, che usci quasi sollevato da quella stanza, se cosi si poteva chiamare.

Silvia sentiva i passi di lui che si allontanavano nelle scale, continuava a singhiozzare, ma senza lacrime.

Valeri attendeva. Sapeva che non gli restava altro che atten­dere.

Aspettava che si calmasse; non poteva assolutamente rivol­gerle domande in quello stato. Non era in se.

Il dottor Valeri attese a lungo e, finalmente, smettendo di sin­ghiozzare quasi di colpo, come spesso accade nei malati psichici quando si trovano al cospetto del medico, lei disse: "lo l'avevo previsto, lo l'avevo sognato!

Ho sognato di stare sull'aereo, dovevamo tornare qui, nel no­stro Paese, dopo tanto tempo provenienti dalla Costa d'Avorio dove ci eravamo relegati. Mio marito lo aveva preteso! Se non l'avessimo fatto, io non ci sarei più e sarebbe stato meglio perché almeno, sarei morta insieme a tutti i miei cari e non avrei dovuto subire questo trauma. Io non voglio pin vivere ... io sto cercando il modo di farla finita ma, non lo trovo perché sono vigliacca e poi ho due figli e anche quel “mostriciattolo” che lui ha voluto portare con sè.

Come posso fare a ignorare tutto questo? Di notte ho sognato di prendere l'aereo e di atterrare qui, in questo posto, nel mio Paese, dove poi effettivamente atterrammo; il comandante però non riusciva a trovare una pista perché il Paese era ridotto a un cumulo di macerie: io guardavo in basso e vedevo quelle macerie ... erano tante, tante… E venni presa dal terrore, da un terrore cosi forte che mi svegliai di soprassalto: urlai, piansi, poi uscii in strada ma, da quel momento in poi, fui certa che qualcosa di irre­parabile fosse veramente accaduto, Fui sicura cioè, che il mio Paese, non esisteva più e, forse, – io non ricordo la data – pro­prio in quella notte tutto finì, tutti i miei cari morirono.

Io voglio sapere se si e trattato di un sogno premonitore, devo saperlo, altrimenti non avrò più pace.

Io temo di avere qualcosa di soprannaturale; forse sarebbe stato meglio se mi fossi rivolta a un esorcista o a un veggente, a qualcuno insomma, esperto di pratiche essoteriche, piuttosto che a lei. Lei è uno scienziato e la scienza, come la medicina, sono pratiche “razionali”, che si basano su esperienze empiriche.

Io invece credo che ciò che mi porto dentro, abbia dell'irra­zionale, che sfugga a ogni ragione. Temo inoltre, di essere stata io a provocare quest'eccidio con la forza del mio pensiero. A volte, per questo motivo, provo un senso di colpa; forse, se non avessi sognato quello ... chissà...!”.

L’uomo comprese che la donna era completamente fuori di senno, Si strinse un attimo nelle spalle.

Era ancora bella, ma aveva il viso scavato, gli occhi un po' in­fossati, le labbra pallide. Aveva un aspetto triste, triste come non aveva mai visto nessuno; triste come neanche lui, malgrado la circostanza, riusciva a essere.

Gli occhi inespressivi non lo guardavano. Lei li teneva bassi per non mostrarli e forse anche per non vedere quel poco che c’era intorno.

Non poteva più piangere, non poteva più sorridere, non po­teva più guardare.

"Mi dia la forza di morire, la prego, mi dia la forza di farla finita!' Aggiunse poi "Io non ci riesco, ma lo voglio!".

L'uomo sospirò profondamente: era uno psichiatra, non po­teva dire quello che pensava, ma sentiva dentro di se che la pove­retta aveva pienamente ragione.

Anche lui aveva perduto degli affetti, buona pane delle persone care, era però riuscito a tenere presso di se sua moglie e i suoi figli; proprio come Giacomo.

Aveva cercato di convincere i parenti, gli amici, a riparare in quel rifugio atomico; ma non c'era stato posto per tutti, eppoi, non tutti, ne avevano compresa l'utilità. Adesso anche lui era quasi solo in questo mondo e riviveva, attraverso le parole della donna, il suo grande dolore.

Avrebbe pianto insieme a lei ma non ne era capace. Si sentiva devastate dentro. Come avrebbe potuto curare quella poveretta, se anche lui aveva tanto bisogno di aiuto? Però doveva ricordare di essere un tecnico, un “addetto ai lavori”. Non poteva abbattersi uno come lui, anche  perché aveva il dovere di aiutare le persone che gli gravitavano intorno, che avevano bisogno di lui.

Il sue cuore piangeva, le sue braccia avrebbero voluto acco­gliere quella compagna di sventura, ma non poteva e disse: "Non esistono sogni premonitori. Lei ha sognato, ciò che non avrebbe voluto fosse accaduto, ma di cui mille volte è andata farneti­cando.

Lei non ha questa gran forza nel suo pensiero. Non può essere stata lei a fare accadere questa sciagura. Questo disastro l'hanno provocato gli uomini. Quegli uomini che abbiamo posto al disopra di noi per farci guidare c che adesso sono periti in una catastrofe che essi stessi hanno voluto.

Lei signora, non ha provocato proprio niente,  perché lei, non è che un granello di sabbia che sta per essere travolto e spazzato via sotto la forza di una grande e poderosa mareggiata dell'immenso oceano.

Si calmi, pensi che la sua mente non può ordire una trama cosi perversa, come quella che è riuscita a generare una moltitudine di uomini senza scrupoli e arrivisti che volevano con ogni mezzo, primeggiare su tutto il genere umano e che forse, sono stati an­ch’essi annientati dalla loro stessa forza.

Il male genera il male. Chi fa del male non può che ottenere quello che voleva per gli altri. E una morale vecchia, lo so.

Come nei film o nei libri d'avventura o nei romanzi a fumetti, dove alla fine, l'eroe buono finisce con lo sconfiggere il cattivo di turno. É cosi, mi creda. La violenza genera violenza, dal male può nascere solo il male.

Questa è una legge ineluttabile, ma non è stata lei che ha vo­luto tutto ciò. Non è possibile che la sua mente abbia ordito una trama cosi orribilmente nefasta, anche contro le persone che lei amava; i suoi figli, i suoi genitori, i suoi parenti, i suoi amici più cari.

Ora lei è in questo mondo e deve rimanerci, come tutti noi che siamo sopravvissuti. Forse lei e io" – e si ricordò per un attimo che "io" non doveva dirlo – "Forse entrambi abbiamo commesso un errore imperdonabile: quello di aver voluto sottrarci al destino dei nostri cari e adesso ne stiamo pagando le conseguenze. Stiamo pagando con le nostre lacrime, con il dolore della separazione, con un dolore che non si allieverà mai, che i credenti placheranno quando raggiungeranno i loro cari e chi non crede, quando il proprio corpo avrà cessato di vivere".

Ella alzò il capo. Lo guardò in volto con quegli occhi privi di luce in quel momento, ma che tuttavia riuscivano a percepire l'immagine di un uomo disfatto, stanco, anche lui alla ricerca di qualcosa.

Poi chiese: "Lei davvero crede che non sia stata io a provocare tutto questo?".

Lui cercò di sorriderle. "Se lei avesse avuto tutta quella forza, nella sua mente, adesso avrebbe anche la capacità di far resusci­tare tutti all' improvviso, di ricostruire la sua, la mia, e tante altre case.

Lei ritiene di aver creato vittime con la forza del pensiero, ma in realtà, l’unica vittima dentro se stessa è lei e lei soltanto. Avremmo dovuto sottrarci signora, ma non ne abbiamo avuta la forza."

Silvia scattò in piedi: "Ma lo l'ho fatto per assecondare mio marito, per i miei figli, lui mi ha obbligato a farlo, io ho agito per la loro sopravvivenza; però io non volevo, glielo avevo detto che non volevo. Io non volevo perché non 'volevo' lasciare i miei cari, non intendevo abbandonarli. Però adesso mi rendo conto che forse, avrei dovuto capire che se fossi sopravvissuta mi sa­rebbe toccata una vita travagliata dai sensi di colpa per averli ab­bandonati. Una esistenza di completa solitudine che i miei figli e mio marito non riusciranno a colmare  perché io mi sento vinta!".

Sedettero. Silvia si guardo intorno: che squallore! 'Tanto sarebbe valso rimanere là in Africa, o in Brasile, dove Francisco con il suo sorriso forse avrebbe allietato le sue giornate e illuminato quei momenti cosi tragici.

Sospirò. "Io esisto, io esisto purtroppo, ma non vorrei esi­stere!" Disse.

Lo psichiatra la guardò: era un po' più rilassata. Le sue mani non erano più contratte.

"Lei esiste!" bisbigliò Valeri, "ma la sua esistenza non è volta al male; lei non voleva distruggere questo mondo signora!". Poi aggiunse: "Se lo metta bene in testa! Lei non voleva...".

"Ma allora è meglio diventare pazza!" Gridò la donna quasi at­territa da quella sua presa di coscienza.

Il medico la guardava: non gli sfuggiva nessun movimento, ne­anche un batter di ciglia; la guardava ma non interveniva. Osservava tutti i suoi gesti e da essi deduceva che la donna era in preda di una “crisi d'allarme”, da un senso di claustrofobia che la opprimeva. Eppure, ormai in quel Paese non c'erano più palazzi, non c'erano più case, ma lei si sentiva come chiusa in un bunker.

Lo psichiatra si alzò e le tese una mano per aiutarla a fare al­trettanto. "Cerchi di riposare adesso! Non posso darle nessun farmaco, non c’è nulla che può aiutarla a curare quello che lei sta provando ora. Lei si sente chiusa in un camera blindata perché sa che se uscisse all'aperto, non troverebbe che macerie ma un giorno, saprà apprezzare tutto questo, saprà apprezzare il suo sa­crificio di madre che ha fatto per la sopravvivenza della sua prole. Deve pensare a questo soltanto. Lei non ha ucciso i suoi genitori, i suoi familiari, i suoi amici: ha salvato i suoi figli."

Apri la porta di legno grezzo e Giacomo si precipitò all'in­terno per andare a prendere sua moglie che barcollava.

"Abbia pazienza!" Disse lo psichiatra guardando Giacomo fisso negli occhi.

- Ne ho, ne ho tanta! - Pensò l'uomo ma non disse nulla. Chinò il capo. Era distrutto: forse anche lui avrebbe avuto biso­gno del dottor Valeri, probabilmente più di sua moglie.

Ma no! Giacomo doveva bere fino in fondo quell'amaro calice; doveva assaporare fino all'ultimo quel dolore, quel profondo lutto che lo maciullava dentro, che gli scavava l'animo e che gli si avviluppava alle membra come una gigantesca ragnatela che gli impediva di muoversi, di reagire. Quel dolore era come un tre­mendo supplizio, era come se un'aquila gli mangiasse i1 cuore, come a Prometeo.

Sospirò e riprese a discendere lentamente i gradini di quel mi­sero studio, con sua moglie sottobraccio che continuava a barcollare sotto il peso di quel rimorso che non aveva ragione di essere.

 

*  *  *

Nella seduta successiva, Silvia raccontò un altro sogno: Il so­gno del “treno”, come lo chiamava lei. Quello del “Treno” e della “fine della guerra”.

Lo psichiatra ascoltava. "Adesso che cosa vuole ascriversi, quale altra colpa vuole addossarsi, che cosa le sembra che sia, que­sta premonizione del secondo sogno?" le disse il medico con aria inquisitrice a al tempo stesso ironica.

"Non prevedevo niente, non pensavo a niente. Era un sogno di speranza!" Balbettava lei.

"Di una doppia speranza!", chiari l'uomo

Lei, con quel “treno”, voleva essere portata via da quel lungo. Non aveva sognato l'aereo, ma il treno.

Il lungo treno rappresenta la strada davvero lunga, che la se­para da Francisco, cioè dalla persona che in qualche modo era riu­scita a portarla in salvo. Che l'aveva portata dalla Costa d'Avo­rio in Brasile, per la prima volta. É lui 1'uomo giovane che lei vede al passaggio a livello che oniricamente rappresenta la frontiera.

La frontiera che divide il mondo della Costa d'Avorio con quello del Brasile, più civilizzato.

Egli però non si accorge di lei, quando lo incontra per la prima volta in quell'albergo. Lui pensa a sua moglie e, quella donna che sarebbe dovuta arrivare dal fondo della strada, forse dal mare, gli corre incontro gridandogli probabilmente che la guerra a finita.

Giunge poi, il suo “sogno nel sogno”: lei sogna le margherite profumate, quelle del suo giardino che però, potevano trovarsi anche nel giardino di Francisco.

Le margherite rappresentano qualcosa di bello a vedersi, ma anche di buono  perché esercitano azione calmante. Inconsciamente lei sa che da un flora simile a quello, si estrae la camomilla.

E lei corre, corre felice, tenta di raggiungerlo e corre ... corre, ma non è facile raggiungerlo  perché c'e un altro uomo nella sua vita, e è suo marito Giacomo.

Lei lo chiama e a un tratto, si trova in un cimitero, in quello che lei teme diventi la sua vita, una volta tornata nel suo Paese.

Lei intravede del fumo. In effetti c'e qualcosa che brucia. Lei non è ancora certa che il suo Paese sia diventato un cimitero, ma non può nemmeno essere sicura che non lo sia diventato. Il fumo l'avvolge però.

Dalla finestra aperta giunge un suono e questo la fa ben spe­rare. Lei si augura che una casa sia rimasta intatta. Potrebbe essere la finestra aperta di casa sua, dalla quale esce un suono di un pianoforte, quindi almeno una persona, colui o colei che suona, è sopravvissuta; ma presto si accorge che non è una sola persona a suonare ma a un'intera orchestra.

Lei ode l'Inno alla Gioia. É una previsione di felicità e quel coro. che se ben ricordo costella il brano, le fa pensare che ci sono tanti sopravvissuti. I1 coro canta la gioia, esprime la gioia per la sopravvivenza, per lo scampato pericolo, poi da esso, emerge la voce dello speaker della TV.

A questo punto lei si sveglia e le sue “capacità premonitrici” le dicono che, se ha immaginato che la guerra è finita, deve essere finita davvero.

Non ricorda più il sogno precedente e è felice  perché ormai fi­nalmente, tutte le ostilità sono cessate.

L'uomo smise di parlare, lasciò cadere il mozzicone di una matita con il quale stava giocherellando e Silvia quasi trasognava.

"Ma non era vero!" Sussurrò. "Allora non esistono sogni pre­monitori! La mia mente non è capace di attrarre con la sua forza. Allora io non sono nulla, sono un pezzo di niente nell'immenso tutto!" Non riusciva a piangere, singhiozzava senza lacrime, con gli occhi vitrei, fissi su quel tavolo grezzo, misero come la sua vita in quel momento.

Pensava al vociare dei suoi bambini quando erano felici. Adesso erano cresciuti, forse avrebbero potuto vociare ancora, ma non lo facevano più, non potevano più essere allegri anzi, i loro volti erano sempre velati da un senso di tristezza, da quella tristezza che sia lei che suo marito avevano loro malgrado, tra­smesso loro.

Si alzò e prese la borsetta di paglia incamminandosi verso 1'u­scita.

Perché doveva parlare con quell'uomo, a cosa servivano tutte quelle interpretazioni? La sua vita era ormai sconquassata, era ormai finita e anche lui pensava la stessa cosa.

Ci sono ferite che la scienza non può curare. Ci sono analisi inutili. Ci sono ricerche che non servono assolutamente a nulla, prive di qualsiasi, utilità terapeutica.

Il dottor Valeri vide allontanarsi quella donna che un tempo era state bella e che forse ancora lo era. Aveva le spalle curve, i capelli arruffati, gli occhi senza espressione, come rannuvolati; era vestita se non proprio di stracci, comunque assai misera­mente; fra le mani teneva stretta la sua borsetta sdrucita conte­nente povere cose. Non provò pietà per lei soltanto, ma ne provò anche per se stesso; per lui, pover uomo, che cercava di rammendare un rammendo, che tentava di ricucire qualcosa che andava via via strappandosi sempre di più; perché gli “strappi” della vita a volte non si possono più riparare.

Oramai quella donna era uscita di senno e non si poteva far più nulla per lei; ne la scienza, ne la medicina, avrebbero potuto aiu­tarla.

Il Dottor Valeri fece chiamare Giacomo da una donna, che era sua assistente in quello studio improvvisato.

Egli entrò: immaginava tutto. "Signor Conti", disse il dottor Valeri con aria triste, "Signor Conti, devo parlarle in separata sede", poi si rivolse alla donna: "Signora la prego di attendere, voglia scusarmi per qualche minuto".

Uscirono da quella stanza e portandosi in un altro luogo che fungeva da salotto, sedettero su un divano nero di finta pelle. In quel “malaugurato” studio tutto ricordava la morte, perfino il divano, aveva il colore del lutto!

"Signor Conti", riprese lo psichiatra.

"Lo so, so gia cosa mi vuole dire", espresse Giacomo con la voce rotta dal dolore e l'altro di rimando: "No, mi faccia dire. E bene chiarire che la gravità dello stato mentale di sua moglie ri­sulta enormemente evolutivo. La scienza non può nulla in questi casi, un'analisi clinica è pressoché impossibile da effettuare perché la signora è troppo presa dalla sua disperazione per poterla seguire. Mi rendo conto che per lei questo a un duro colpo. Solo il tempo può fare qualcosa. Io non posso aiutarla e mi dispiace di essere stato cosi brutale con lei. Potrei comunque tenerla in os­servazione in ospedale...".

"No dottore, io l'avevo capito, l'avevo intuito fin dai tempi della Costa d'Avorio, fin da quando in cui è scoppiata quella schi­fosa guerra ... e ne ho avuto poi le conferme giorno dopo giorno purtroppo... Quanta sciagura ha provocato solo..."

"Lo so", affermò il medico, "anche io sono stato profonda­mente scosso a livello psichico e affettivo mi creda...".

"Comunque...", riprese poi Giacomo, "io la ringrazio per tutto ciò che ha fatto anche se purtroppo, è stato inutile".

"No, non mi deve ringraziare", si scherni l'altro, un dovere per me. Noi psichiatri dobbiamo aiutare le persona in difficoltà". Ciò detto si abbracciarono in una stretta affettuosa che parve al­quanto strana  perché in fondo si conoscevano da poco, ma la sventura li aveva accomunati in quello spirito fraterno proprio di chi vive queste situazioni.

"Dottore", disse poi Giacomo singhiozzando. "A me non ri­mane altro che..."

"Che cosa?" Esclamò interdetto Valeri intuendo qualcosa di grave.

"Non mi resta che..." Disse fra le lacrime poi si fermò, ebbe una breve pausa, ed espresse: "No, niente".

Lo psichiatra lo guardò, poi senza proferire altro, rientrarono nello studio e si avvicinarono a Silvia.

"Dottore noi la salutiamo e la ringraziamo per tutto!" Disse Giacomo cercando di usare un tono tranquillo.

"Di niente", rispose il medico, mentre calde lacrime gli riga­vano le guance.

La coppia usci dalla stanza e prese a scendere i gradini della lunga scala.

"Giacomo, cosa ti ha detto?" Si informava lei con appren­sione.

"Niente di importante!" Cercava di minimizzare l'altro: "mi ha dato alcuni consigli sul comportamento da tenere nei tuoi con­fronti, circa il modo migliore per aiutarti. Mi ha detto che hai un piccolo problema ma a facilmente risolvibile, l'importante è che tu sia serena e noi della famiglia, possiamo e dobbiamo aiutarti standoti vicino".

L'uomo, quando ebbe terminate di parlare si toccò gli occhi che gli bruciavano e lei esclamò: "Per fortuna! Temevo di essere impazzita. Ma a quanto pare mi sbagliavo". Poi lo guardo e lo strinse a se. "Meno male che ci siete voi"

"Gia", sospirò Giacomo sconsolato. - Fortuna che ci siamo noi ... – ripete tra se lui ricambiando l'abbraccio.

Le aveva nascosto la sua malattia. Cercava di calmarsi, ma non vi riusciva, allora fu costretto a restare in silenzio per qual­che minuto per non far trapelare, dalle sue parole, un senso di ansietà. Poi, finalmente, riprese: "ha detto il dottore, comunque, che è meglio che ti tenga qualche giorno sotto osservazione presso l'ospedale psichiatrico. E bene che tu faccia dei controlli. E solo una routine, per sicurezza, per stare più tranquilli". L'uomo provò pena per lei in quel momento.

Percorsero il lungo viale che una volta era costeggiato da odo­rosi tigli e si avvicinarono a casa di zia Fulvia che, provvisoria­mente, era anche la residenza di tutta la famiglia Conti.

Silvia entrò. Giacomo scorse la zia che stava dando da mangiare al suo fido cane.

La guardò sconsolato, triste, con gli occhi bassi, in segno di resa. Toccava a lui informarla.

"Bah. cosa ti ha detto?" Gli chiese febbrilmente.

Giacomo le espose il contenuto del colloquia avuto con il Dottor Valeri ma la donna rimase impassibile e chiuse con calma la porta.

Ciascuno ha un modo particolare di affrontare ed esprimere il dolore: c'e chi si sfoga piangendo, chi urlando, chi distruggendo con rabbia tutto ciò che gli capita a tiro. La zia Fulvia invece, lo esprimeva lavando, strofinando, lustrando. Giacomo francamente, non riusciva a penetrare in questi suoi processi mentali, ma la lasciò fare.

– Spera in cuor suo che Silvia ritorni in se? Eh si poverina, ecco  perché continua a pulire; si rifiuta di accettare la realtà – pensava.

Molti uomini si rifiutano, davanti a eventi dolorosi, di accet­tarli; poi però si fanno coraggio e resistono  perché sanno che non possono fare nulla. In questo, sta la grandezza di un uomo. In que­sto l'essere umano dimostra la sua forza.

Resistere. Resistere sempre, anche nei momenti più difficili e avere il coraggio di guardare in faccia la realtà, anche quando que­sta è molto triste.

Naturalmente zia Fulvia non voleva ammetterlo, ma Giacomo sapeva ora che per Silvia purtroppo, non c'era più nulla da fare.

Non si illudeva; le illusioni per lui erano solo fantasticherie, inutili pericolosi fantasmi che mistificavano la verità, occultandola alla ragione. Illudersi significava solo continuare a perpetrare il proprio dolore.

Non appena Silvia fu ricoverata nell'improvvisato ospedale neuro-psichiatrico, le giornate di Giacomo cominciavano ad essere divise tra le cure della sua famiglia e le visite a sua moglie.

Mangiava senza appetito, guardava la zia e i bambini che stan­camente, si trascinavano su e giù per la “casa”.

Guardava Fulvia che puliva continuamente la cucinetta (ancora) e non riusciva a dormire, neppure con la ricetta forni­tagli dal Dottor Valeri. Chissà, forse sarebbe tornato utile quell'intruglio che Mami aveva dato a Silvia in Africa!

Un giorno sentì la zia che borbottava tra se: "non ce la faccio più!"

Non le disse nulla, ma dentro di se pensava: – io invece devo farcela.

Quella sera Giacomo fu invitato a uscire dalla stanza dell'ospe­dale dove giaceva Silvia. La donna era bianca in volto, pallida come un cencio lavato, svuotata nello sguardo, smunta: era in fin di vita.

Si stava lasciando morire. Non mangiava più. La sua astenia le impediva di alimentarsi.

Guardava continuamente il soffitto bianco di quel vecchio edi­ficio fatiscente che una volta aveva ospitato una caserma e che era stato provvisoriamente adibito a ospedale.

Con gli occhi fissi nel vuoto Silvia rivolgendosi alle persona che l'assistevano, disse: "questo colloquio desidero averlo solo con gente consanguinea. Perciò vorrei parlare un poco da sola con mia zia. Ti prego di allontanarti!". Riuscì a dire in tono abba­stanza deciso, malgrado la sua sofferenza, rivolta a suo marito.

La zia Fulvia si appressò al suo letto. "Ah Giacomo scusa, non andare troppo lontano!" Aggiunse Silvia quando lui fu su la porta.

Egli sedeva nella sala d'aspetto improvvisata, vicino all'uscita della stanza. Fumava nervosamente e le dita si contraevano, sen­tiva un dolore diffuso in tutto il corpo. Non era un dolore fisico quello che provava in quel momento era un dolore ben più forte.

Poco dopo comparve la zia: "Dice di far presto!". Gli sussurrò in un soffio, con voce roca, come se tutto il suo essere si fosse svuotato in quel momento. "lo vado a cercare un fazzoletto." Gia, ma a cosa sarebbe servito se non aveva neppure la forza di piangere?

Giacomo entrò cautamente a si sedette sul letto, accanto a sua moglie. "Stammi vicino!" Gli sussurro la donna. "Io ti chiedo scusa per tutto ciò che ti ho fatto passare, per il mio intollerabile egoismo, per il mio scarso senso di tolleranza. Io voglio bene a Blondie e sono ... sono ... felice di averla portata con me." Si sforzava nel parlare e Giacomo non riusciva a capire se in quel momento, stesse per spirare o si stesse facendo violenza nel dire quelle cose.

Lui comunque apprezzò il suo gesto ... forse era l'ultimo.

Gli sedette ancora più vicino e per un attimo, gli parve migliorata. Era piena di tubi e di feblo che alloggiavano nelle sue vane. Gli chiese: "Saprai perdonarmi?".

"Ma certo!" Rispose lui assecondandola.

"Bene, ora sono più tranquilla!" Esclamò. Poi riprese, con voce molto fioca: "In fondo non fa male! É come ...". Disse ti­rando un profondo sospiro "... cadere giù, precipitare dall'alto di una montagna e atterrare lievemente sul mare".

"Gia, il mare!" Espresse l'uomo.

"Ricordi la nostra casa?" Lo interruppe lei. 'Ricordi i tuoi di­scorsi? Erano belli sai! Erano inquietanti, ma erano tanto profondi!''

"Si, ricordo ..." Ribatte t'uomo.

"Il senso di infinita grandezza che aveva per te quell'immensa distesa bluastra; eppoi la luna che si specchiava sul mare calmo; e quelle vaghe stelle dell’Orsa maggiore, come le chiamavi tu; e i tramonti e la brezza; tu ne godrai ancora, mentre io invece..."

"Ma no, Silvia che dici...” Espresse l'uomo ma sentiva qual­cosa agitarsi nel profondo dell'animo. Una cosa indescrivibile che stava per salirgli fino alla gola per farlo piangere. Ma forse non l'avrebbe fatto  perché lui era un uomo e doveva dare il buon esempio...

"Tu sai cosa vuol dire cadere da una montagna?" domando lei. "Come?" Chiese Giacomo.

"Tu sai cosa vuol dire cadere da una montagna e sprofondare in un abisso orrido, immenso? Tu non sei caduto in tutta la tua vita." Affermò lei.

"Si invece!" rispose Giacomo.

"E quando?" domandò la donna.

"Quando ti vidi per la prima volta al Liceo!" Rispose lui recu­perando appieno l'uso della parola.

"Già ... ma dimmi, abisso orrido, immenso ov'ei precipitando il tutto oblia ... chi l'ha scritto?"

"Non lo so", rispose Giacomo mentendo: non riusciva di nuovo a parlare, poi riprese: "Leopardi".

“Già ma in quale canto?" Cercava di ricordare lei.

"Canto notturno di un pastore errante nel l’ Asia." Recitò suo marito.

"Bravo!" disse lei con ironia sapendolo un profondo estima­tore della poesia e del pensiero del Poeta.

"Senti", le disse Giacomo: "vogliamo parlare d'altro, oltre che di pocsia?".

"Preferisco parlare di funerali!" Fece la donna in tono rasse­gnato.

"No!" Esclamo con dolore Giacomo rimproverandosi di averla interrotta. "Invece io ne ho parlato con la zia."

Giacomo aveva distolto il viso. "Ti ascolto, Silvia."

"Le ho detto pure", riprese flebilmente lei, "di farmi un fune­rale in chiesa e tu verrai, vero?". Ansimò, poi disse con un filo di voce: "bada, che è un ordine!".

"Vu belle!" Assentì Giacomo.

"Grazie!" E fu l'ultima sua parola.

Sue marito la accarezzò, la baciò lievemente e le rimase seduto accanto tenendole una mano che diventava sempre più fredda.

 
 
 
 
 

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