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CAPITOLO XIV
Silvia saliva la lunga
scalinata di legno, sconnessa, che conduceva nello studio
improvvisato del Dottor Valeri.
Il
medico era uno dei pochi sopravvissuti, uno di quelli che,
forse, ringraziava Iddio e il destino per averlo lasciato in
vita.
Non poteva prevedere pare,
quali sarebbero state le conseguenze. Come si sarebbe svolta la
sua esistenza, a cause delle radiazioni atomiche che si diceva
fossero giunte anche nei rifugi.
La coppia salì quella scala in
silenzio. Lei quasi trascinata con una forza, a volte impetuosa,
a volte senza vigore, da parte di lui che non aveva neppure il
coraggio di guardarla negli occhi.
Quegli occhi, che una tempo
gli avevano ispirato tante cose sublimi, ora, non esprimevano
più nulla. Erano occhi oramai
vuoti, fissi su un abisso di tragedia, di dolore, di sconforto,
di sconfitta, che nessun altro avrebbe mai raggiunto; fissi su
un abisso d’ impenetrabilità e al tempo stesso di
ineluttabilità.
Era un dolore “cocente” che
lei non sentiva più,
tanto l'aveva bruciata,
tanto l'aveva devastata.
Silvia non sapeva se stesse vivendo o se stesse sognando. Quei due sogni premonitori belli e brutti allo stesso tempo, la tormentavano:
spesso le tornavano alla mente e ogni volta provava una stretta
al cuore! Era, pero, un dolore inconscio perché lei non
riusciva a sentire nulla, proprio nulla da quel giorno, da quel
triste giorno in cui quel sogno era diventato una realtà. Era
stato un sogno premonitore. Forse non aveva sognato, aveva
inventato tutto. forse non era successo niente: lei era morta e
adesso viveva nell'altro mondo, forse …forse ... forse...
Forse era soltanto impazzita,
il dolore 1'aveva uccisa, ma non aveva ucciso il suo corpo,
aveva bruciato soltanto la sua mente che adesso non voleva più.
Camminava con il capo basso ma
non si rendeva canto di deambulare.
Lui la trascinava; ma la donna
non se ne accorgeva, anzi, non voleva accorgersene! Ormai, non
era che un relitto, come la sua casa, come tutte le cose
che aveva posseduto, che adesso non esistevano
più e che non era stata capace di ritrovare. Cose che erano state devastate
dagli uomini e non dal destino.
Giunsero in cima a quella
scaletta e entrarono in una specie di baracca di legno, con il
pavimento anch'esso di legno sconnesso.
Lui, il dottore, era li a
attenderli: il sopravvissuto Giorgio Valeri.
Aveva gli occhi fermi, ma non
attoniti. Lui ancora riusciva a comunicare. Lui aveva saputo
sfidare tutto: la guerra, il destino, le cattiverie umane...
E viveva solo al mondo, o forse aveva ancora qualcuno.
Lei non lo sapeva e
probabilmente non voleva saperlo. Cosa gliene importava in fin
dei conti? Non sapeva neppure se ella stessa esistesse.
L'uomo s’accostò alla coppia,
tese le mani a entrambi: a Giacomo la sinistra, a Silvia la
destra: sembrava un saluto strano: Più che un benvenuto pareva
un addio.
Lei teneva gli occhi bassi.
Lui, il medico, non poteva scorgere quello sguardo quasi vitreo.
"Si accomodino, prego!" Riuscì
a dire a mezza bocca. Poi li condusse in una specie di stamberga
dove c'erano dei vecchi giacigli che ricordavano tanto il tempo
in cui erano stati in Costa d'Avorio.
Sedettero entrambi su due
sgabelli. Valeri osservò la donna poi guardò Giacomo,
come a dire: - Su chi devo operare? -. Giacomo
fece un gesto per indicare che avrebbe dovuto lavorare per sua
moglie.
La donna si alzò come se
volesse scappare. "La rimetta seduta!" Disse lo psichiatra
muovendo appena le labbra.
"Come!" Face Giacomo "lo ... non posso
obbligarla!". "La rimetta seduta!" Disse lui ancora una volta.
L'uomo rimase attonito. Non si
può obbligare una persona a sedersi, a parlare davanti a quello
sconosciuto.
Lui l'aveva condotta
li nella speranza di cercare di
trovare un rimedio per la guarigione della sua psiche che
sembrava dilaniata dagli orrori della guerra e da quella
parentesi africana, che lei aveva considerato devastante.
Adesso però Silvia voleva fuggire, fuggire l'evento, fuggire da
quell'uomo, fuggire la sua
stessa vita.
Il
marito, rassegnato, la prese per un braccio e la obbligò a
sedersi quasi con forza.
Lei gli dette uno schiaffo
sulla mano, sperando che lui liberasse
il suo braccio, ma non lo fece.
"Siediti ho detto!" le intimò
con voce perentoria e impetuosa. "Perché? Domandò lei.
"Perché devi!" Rispose suo
marito sempre con lo stesso tono, sempre con la stessa
imperiosità
La donna non ebbe il coraggio di
ribattere. Sedette e Valeri cercò nello sguardo di quella
poveretta che tentava di fuggire, di fuggire dalla vita a da
quell'interrogatorio che fra breve avrebbe dovuto subire.
"Esca, per favore", disse poi
rivolto a Giacomo.
"Dove vado?" Chiese
meravigliato l’uomo vedendo che in quella baracca non c'era la
porta.
"Scenda!" Gli impose il
medico.
"No!"
urlò la donna alzandosi e
avvinghiandosi a lui.
"Siediti ho detto!" La obbligò ancora il marito, prendendola con
ambo le braccia e
facendola sedere a forza. Lei scoppiò in un
pianto dirotto.
Lo psichiatra la guardò. Non riusciva assolutamente a penetrare in quello
sguardo.
"Se ne vada la prego!"
Ingiunse a Giacomo, che usci quasi sollevato da quella stanza,
se cosi si poteva chiamare.
Silvia sentiva i passi di lui
che si allontanavano nelle scale, continuava a singhiozzare, ma
senza lacrime.
Valeri attendeva. Sapeva che
non gli restava altro che attendere.
Aspettava che si calmasse; non
poteva assolutamente rivolgerle domande in quello stato. Non
era in se.
Il dottor Valeri attese a lungo e,
finalmente, smettendo di singhiozzare quasi di colpo, come
spesso accade nei malati psichici quando si trovano al cospetto
del medico, lei disse:
"lo
l'avevo previsto, lo l'avevo sognato!
Ho sognato di stare sull'aereo, dovevamo tornare qui, nel nostro Paese,
dopo tanto tempo provenienti dalla Costa d'Avorio dove ci
eravamo relegati. Mio marito lo aveva preteso! Se non l'avessimo
fatto, io non ci sarei più
e sarebbe stato meglio perché almeno, sarei morta insieme
a tutti i miei cari e non avrei dovuto
subire questo trauma. Io non
voglio pin vivere ...
io sto cercando il modo di farla finita ma, non lo trovo perché
sono vigliacca e poi ho due figli e anche quel “mostriciattolo”
che lui ha voluto portare con sè.
Come posso fare a ignorare
tutto questo? Di notte ho sognato di prendere l'aereo e di
atterrare qui, in questo posto, nel mio Paese, dove poi
effettivamente atterrammo; il comandante però non riusciva a
trovare una pista perché il Paese era ridotto a un cumulo di
macerie: io guardavo in basso e vedevo quelle macerie ... erano
tante, tante… E venni presa dal terrore, da un terrore cosi
forte che mi svegliai di soprassalto: urlai, piansi, poi uscii
in strada ma, da quel momento in poi, fui certa che qualcosa di
irreparabile fosse veramente accaduto, Fui sicura cioè, che il
mio Paese, non esisteva più e, forse, – io non ricordo la data –
proprio in quella notte tutto finì, tutti i miei cari morirono.
Io voglio sapere se si
e
trattato di un sogno
premonitore, devo saperlo, altrimenti non
avrò
più
pace.
Io temo di avere qualcosa di
soprannaturale; forse sarebbe stato meglio se mi fossi rivolta a
un esorcista o a un veggente, a qualcuno insomma, esperto di
pratiche essoteriche, piuttosto che a lei. Lei
è
uno scienziato e la scienza,
come la medicina, sono pratiche “razionali”, che si basano su
esperienze empiriche.
Io invece credo che ciò che mi
porto dentro, abbia dell'irrazionale, che sfugga a ogni
ragione. Temo inoltre, di essere stata io a provocare
quest'eccidio con la forza del mio pensiero. A volte, per questo
motivo, provo un senso di colpa; forse, se non avessi sognato
quello ... chissà...!”.
L’uomo comprese che la donna
era completamente fuori di senno, Si strinse un attimo nelle
spalle.
Era ancora bella, ma aveva il
viso scavato, gli occhi un po' infossati, le labbra pallide.
Aveva un aspetto triste, triste come non aveva mai visto
nessuno; triste come neanche lui, malgrado la circostanza,
riusciva a essere.
Gli occhi inespressivi non lo
guardavano. Lei li teneva bassi per non mostrarli e forse anche
per non vedere quel poco che c’era intorno.
Non poteva
più
piangere, non poteva più
sorridere, non poteva
più guardare.
"Mi dia la forza di morire, la
prego, mi dia la forza di farla finita!' Aggiunse poi "Io non ci
riesco, ma lo voglio!".
L'uomo sospirò profondamente:
era uno psichiatra, non poteva dire quello che pensava, ma
sentiva dentro di se che la poveretta aveva pienamente ragione.
Anche lui aveva perduto degli
affetti, buona pane delle persone care, era però riuscito a
tenere presso di se
sua moglie e i suoi
figli;
proprio come Giacomo.
Aveva cercato di convincere i
parenti, gli amici, a riparare in quel rifugio atomico; ma non
c'era stato posto per tutti, eppoi, non tutti, ne avevano
compresa l'utilità.
Adesso anche lui era quasi solo in questo mondo e riviveva,
attraverso le parole della donna, il suo grande dolore.
Avrebbe pianto insieme a lei
ma non ne era capace. Si sentiva devastate dentro. Come avrebbe
potuto curare quella poveretta, se anche
lui
aveva tanto bisogno di aiuto?
Però doveva ricordare di essere un tecnico, un “addetto ai
lavori”. Non poteva abbattersi uno come lui, anche perché aveva
il
dovere di aiutare le persone
che gli gravitavano intorno, che avevano bisogno di lui.
Il
sue cuore piangeva, le sue braccia avrebbero voluto accogliere
quella compagna di sventura, ma non poteva e disse: "Non
esistono sogni premonitori. Lei ha sognato, ciò che non avrebbe
voluto fosse accaduto, ma di cui mille volte
è
andata farneticando.
Lei non ha questa gran forza
nel suo pensiero. Non
può
essere stata lei a fare
accadere questa sciagura. Questo disastro l'hanno provocato gli
uomini. Quegli uomini che abbiamo posto al disopra di noi per
farci guidare c che adesso sono periti in una catastrofe che
essi stessi hanno voluto.
Lei signora, non ha provocato
proprio niente, perché lei, non
è che un granello di sabbia che
sta per essere travolto e spazzato via sotto la forza di una
grande e poderosa mareggiata dell'immenso oceano.
Si calmi, pensi che la sua
mente non può
ordire una trama cosi
perversa, come quella che
è riuscita a generare una
moltitudine di uomini senza scrupoli e arrivisti che volevano
con ogni mezzo, primeggiare su tutto
il
genere umano e che forse, sono
stati anch’essi annientati dalla loro stessa forza.
Il male genera il male. Chi fa del male
non può che ottenere quello che voleva
per gli altri. E una morale vecchia, lo so.
Come nei film o nei libri d'avventura o
nei romanzi a fumetti, dove alla fine, l'eroe buono finisce con
lo sconfiggere il cattivo di turno. É cosi, mi creda. La
violenza genera violenza, dal male può nascere solo il male.
Questa è
una legge ineluttabile, ma non
è stata lei che ha
voluto tutto ciò. Non è
possibile che la sua mente
abbia ordito una trama cosi orribilmente nefasta, anche contro
le persone che lei amava; i suoi figli, i suoi genitori, i suoi
parenti, i suoi amici più cari.
Ora lei è
in questo mondo e deve
rimanerci, come tutti noi che siamo sopravvissuti. Forse lei e
io" – e si ricordò per un attimo che "io" non doveva dirlo –
"Forse entrambi abbiamo commesso un errore imperdonabile: quello
di aver voluto sottrarci al destino dei nostri cari e adesso ne
stiamo pagando le conseguenze. Stiamo pagando con le nostre
lacrime, con il dolore della separazione, con un dolore che non
si allieverà mai, che i credenti placheranno quando
raggiungeranno i loro cari e chi non crede, quando il proprio
corpo avrà cessato di vivere".
Ella alzò il capo. Lo guardò
in volto con quegli occhi privi di luce in quel momento, ma che
tuttavia riuscivano a percepire l'immagine di un uomo disfatto,
stanco, anche lui alla ricerca di qualcosa.
Poi chiese: "Lei davvero crede
che non sia stata io a provocare tutto questo?".
Lui cercò di sorriderle. "Se
lei avesse avuto tutta quella forza, nella sua mente, adesso
avrebbe anche la capacità di far resuscitare tutti all'
improvviso, di ricostruire la sua, la mia, e tante altre case.
Lei ritiene di aver creato
vittime con la forza del pensiero, ma in realtà, l’unica vittima
dentro se stessa è lei e lei soltanto. Avremmo dovuto sottrarci
signora, ma non ne abbiamo avuta la forza."
Silvia scattò in piedi: "Ma lo
l'ho fatto per assecondare mio marito, per i miei figli, lui mi
ha obbligato a farlo, io ho agito per la loro sopravvivenza;
però io non volevo, glielo avevo detto che non volevo. Io non
volevo perché non 'volevo' lasciare i miei cari, non intendevo
abbandonarli. Però adesso mi rendo conto che forse, avrei dovuto
capire che se fossi sopravvissuta mi sarebbe toccata una vita
travagliata dai sensi di colpa per averli abbandonati. Una
esistenza di completa solitudine che i miei figli
e mio marito non riusciranno a colmare perché io mi sento
vinta!".
Sedettero. Silvia si guardo
intorno: che squallore! 'Tanto sarebbe valso rimanere là in
Africa, o in Brasile, dove Francisco con
il suo sorriso forse avrebbe allietato le sue giornate e
illuminato quei momenti cosi tragici.
Sospirò. "Io esisto, io esisto
purtroppo, ma non vorrei esistere!" Disse.
Lo psichiatra la guardò: era
un po' più rilassata. Le sue mani non erano
più
contratte.
"Lei esiste!"
bisbigliò
Valeri, "ma la sua esistenza non è volta al male; lei non voleva
distruggere questo mondo signora!". Poi aggiunse: "Se lo metta
bene in testa! Lei non voleva...".
"Ma allora è meglio diventare
pazza!" Gridò la donna quasi atterrita da quella sua presa di
coscienza.
Il
medico la guardava: non gli sfuggiva nessun movimento, neanche
un batter di ciglia; la guardava ma non interveniva.
Osservava tutti i suoi gesti e da essi deduceva che la donna era in
preda di una “crisi d'allarme”, da un senso di claustrofobia che
la opprimeva. Eppure, ormai in quel Paese non c'erano più
palazzi, non c'erano più case, ma lei si sentiva come chiusa in
un bunker.
Lo psichiatra si alzò e le
tese una mano per aiutarla a fare altrettanto. "Cerchi di
riposare adesso! Non posso darle nessun
farmaco, non
c’è nulla che può aiutarla a
curare quello che lei sta
provando ora. Lei si
sente chiusa in un camera blindata perché sa
che se uscisse all'aperto, non troverebbe che macerie ma un
giorno, saprà apprezzare tutto questo, saprà apprezzare il suo
sacrificio di madre che ha fatto per la sopravvivenza della sua
prole. Deve pensare a questo soltanto. Lei non ha ucciso i suoi
genitori, i suoi familiari, i suoi amici: ha salvato i suoi
figli."
Apri la porta di legno grezzo
e Giacomo si precipitò
all'interno per andare a prendere sua moglie che barcollava.
"Abbia pazienza!" Disse lo
psichiatra guardando Giacomo fisso negli occhi.
- Ne ho, ne ho tanta! - Pensò
l'uomo ma non disse nulla. Chinò il capo. Era distrutto: forse
anche lui avrebbe avuto bisogno del dottor Valeri,
probabilmente più di sua moglie.
Ma no! Giacomo doveva bere
fino in fondo quell'amaro calice; doveva assaporare fino
all'ultimo quel dolore, quel profondo lutto che lo maciullava
dentro, che gli scavava l'animo e che gli si avviluppava alle
membra come una gigantesca ragnatela che gli impediva di
muoversi, di reagire. Quel dolore era come un tremendo
supplizio, era come se un'aquila gli mangiasse i1 cuore, come a
Prometeo.
Sospirò e riprese a discendere
lentamente i gradini di quel misero studio, con sua moglie
sottobraccio che continuava a barcollare
sotto il peso di quel rimorso che non aveva ragione di essere.
* * *
Nella seduta successiva, Silvia raccontò
un altro sogno: Il
sogno del “treno”, come lo chiamava lei. Quello del “Treno” e
della “fine della guerra”.
Lo psichiatra ascoltava.
"Adesso che cosa vuole ascriversi,
quale altra colpa vuole
addossarsi, che cosa le sembra che sia, questa premonizione del secondo sogno?" le disse il medico con aria
inquisitrice a al tempo stesso ironica.
"Non prevedevo niente, non
pensavo a niente. Era un sogno di speranza!" Balbettava lei.
"Di una doppia speranza!", chiari l'uomo
Lei, con quel “treno”, voleva
essere portata via da quel lungo. Non aveva sognato l'aereo, ma
il treno.
Il
lungo treno rappresenta la strada davvero lunga, che la separa
da Francisco, cioè dalla persona che in qualche modo era
riuscita a portarla in salvo. Che l'aveva portata dalla Costa
d'Avorio in Brasile, per la prima volta. É lui 1'uomo giovane
che lei vede al passaggio a livello che oniricamente rappresenta
la frontiera.
La frontiera che divide il
mondo della Costa d'Avorio con quello del Brasile,
più
civilizzato.
Egli però non si accorge di
lei, quando lo incontra per la prima volta in quell'albergo. Lui
pensa a sua moglie e, quella donna che sarebbe dovuta arrivare
dal fondo della strada, forse dal mare, gli corre incontro
gridandogli probabilmente che la guerra
a finita.
Giunge poi, il suo “sogno nel
sogno”: lei sogna le margherite profumate, quelle del suo
giardino che però, potevano trovarsi anche nel giardino di
Francisco.
Le margherite rappresentano
qualcosa di bello a vedersi, ma anche di buono perché
esercitano azione calmante. Inconsciamente lei sa che da un
flora simile a quello, si estrae la camomilla.
E lei corre, corre felice, tenta di raggiungerlo e corre ... corre, ma non
è facile raggiungerlo
perché c'e un altro uomo nella sua
vita, e è suo marito Giacomo.
Lei lo chiama e a un tratto,
si trova in un cimitero, in quello che lei teme diventi la sua
vita, una volta tornata nel suo Paese.
Lei intravede del fumo. In
effetti c'e
qualcosa che brucia. Lei non
è
ancora certa che il suo Paese
sia diventato un cimitero, ma non può nemmeno essere sicura che
non lo sia diventato.
Il
fumo l'avvolge però.
Dalla finestra aperta giunge
un suono e questo la fa ben sperare. Lei si augura che una casa
sia rimasta intatta. Potrebbe essere la finestra aperta di casa
sua, dalla quale esce un suono di un pianoforte, quindi almeno
una persona, colui o colei che suona, è sopravvissuta; ma presto
si accorge che non è una sola persona a suonare ma a un'intera
orchestra.
Lei ode l'Inno alla Gioia. É
una previsione di felicità e quel coro. che se ben ricordo
costella il brano, le fa pensare che ci sono tanti
sopravvissuti. I1 coro canta la gioia, esprime la gioia per la
sopravvivenza, per lo scampato pericolo, poi da esso, emerge la
voce dello speaker della TV.
A questo punto lei si sveglia
e le sue “capacità premonitrici” le dicono che, se ha immaginato
che la guerra è finita, deve essere finita
davvero.
Non ricorda più il sogno
precedente e è felice perché ormai finalmente, tutte le
ostilità sono cessate.
L'uomo smise di parlare,
lasciò cadere il mozzicone di una matita con il quale stava
giocherellando e Silvia quasi trasognava.
"Ma non era vero!" Sussurrò.
"Allora non esistono sogni premonitori! La mia mente non
è
capace di attrarre con la sua
forza. Allora io non sono nulla, sono un pezzo di niente
nell'immenso tutto!" Non riusciva a piangere, singhiozzava senza
lacrime, con gli occhi vitrei, fissi su quel tavolo grezzo,
misero come la sua vita in quel momento.
Pensava al vociare dei suoi
bambini quando erano felici. Adesso erano cresciuti, forse
avrebbero potuto vociare ancora, ma non lo facevano
più,
non potevano più essere
allegri anzi, i loro volti erano sempre velati da un senso di
tristezza, da quella tristezza che sia lei che suo marito
avevano loro malgrado, trasmesso loro.
Si alzò e prese la borsetta di paglia
incamminandosi verso 1'uscita.
Perché doveva parlare con quell'uomo, a
cosa servivano tutte quelle interpretazioni? La sua vita
era ormai sconquassata, era ormai finita e anche lui pensava la
stessa cosa.
Ci sono ferite che la scienza
non può curare. Ci sono analisi
inutili.
Ci sono ricerche che non servono assolutamente a nulla, prive di
qualsiasi, utilità terapeutica.
Il
dottor Valeri vide allontanarsi quella donna che un tempo era
state bella e che forse ancora lo era. Aveva le spalle curve, i
capelli arruffati, gli occhi senza espressione, come
rannuvolati; era vestita se non proprio di stracci, comunque
assai miseramente; fra le mani teneva stretta la sua borsetta
sdrucita contenente povere cose. Non provò pietà per lei
soltanto, ma ne provò anche per se stesso; per lui, pover uomo,
che cercava di rammendare un rammendo, che tentava di ricucire
qualcosa che andava via via strappandosi sempre di
più;
perché gli “strappi” della
vita a volte non si possono
più riparare.
Oramai quella donna era uscita
di senno e non si poteva far
più
nulla per lei; ne la scienza,
ne la medicina, avrebbero potuto aiutarla.
Il
Dottor Valeri fece chiamare Giacomo da una donna, che era
sua assistente in quello studio improvvisato.
Egli entrò: immaginava tutto.
"Signor Conti", disse il dottor Valeri con aria triste, "Signor
Conti, devo parlarle in separata sede", poi si rivolse alla
donna: "Signora la prego di attendere, voglia scusarmi per
qualche minuto".
Uscirono da quella stanza e
portandosi in un altro luogo che fungeva da salotto, sedettero
su un divano nero di finta pelle. In quel “malaugurato” studio
tutto ricordava la morte, perfino il divano, aveva il colore del
lutto!
"Signor Conti", riprese lo psichiatra.
"Lo so, so gia cosa mi vuole
dire", espresse Giacomo con la voce rotta dal dolore e l'altro
di rimando: "No, mi faccia dire.
E
bene chiarire che la gravità
dello stato mentale di sua moglie risulta enormemente
evolutivo. La scienza non
può
nulla in questi casi, un'analisi
clinica è pressoché impossibile da
effettuare perché la signora
è
troppo presa dalla sua
disperazione per poterla seguire. Mi rendo conto che per lei
questo a un duro colpo. Solo il tempo
può
fare qualcosa. Io non posso
aiutarla e mi dispiace di essere stato cosi brutale con lei.
Potrei comunque tenerla in osservazione in ospedale...".
"No dottore, io l'avevo capito, l'avevo
intuito fin dai tempi della Costa d'Avorio, fin da quando in cui
è scoppiata quella
schifosa guerra ... e ne ho avuto poi le conferme giorno dopo
giorno purtroppo... Quanta sciagura ha provocato solo..."
"Lo so", affermò il medico,
"anche io sono stato profondamente scosso a livello psichico e
affettivo mi creda...".
"Comunque...", riprese poi
Giacomo, "io la ringrazio per tutto ciò che ha fatto anche se
purtroppo, è stato inutile".
"No, non mi deve ringraziare", si
scherni l'altro, "è un dovere per me. Noi psichiatri dobbiamo aiutare le persona in
difficoltà". Ciò detto si abbracciarono in una stretta
affettuosa che parve alquanto strana perché in fondo si
conoscevano da poco, ma la sventura
li
aveva accomunati in quello spirito fraterno proprio di chi vive
queste situazioni.
"Dottore", disse poi Giacomo
singhiozzando. "A me non rimane altro che..."
"Che cosa?" Esclamò interdetto Valeri
intuendo qualcosa di grave.
"Non mi resta che..." Disse
fra le lacrime poi si fermò, ebbe una breve pausa, ed espresse:
"No, niente".
Lo psichiatra lo guardò, poi senza
proferire altro, rientrarono nello studio e si avvicinarono a
Silvia.
"Dottore noi la salutiamo e la
ringraziamo per tutto!" Disse Giacomo cercando di usare un tono
tranquillo.
"Di
niente", rispose il
medico, mentre calde lacrime gli rigavano le guance.
La coppia usci dalla stanza e prese a
scendere i gradini della lunga scala.
"Giacomo, cosa ti ha detto?" Si
informava lei con apprensione.
"Niente di importante!" Cercava di
minimizzare l'altro: "mi ha dato alcuni consigli sul
comportamento da tenere nei tuoi confronti, circa il modo
migliore per aiutarti.
Mi
ha detto che hai un piccolo problema ma a
facilmente risolvibile,
l'importante è che tu
sia serena e noi della famiglia, possiamo e dobbiamo aiutarti
standoti vicino".
L'uomo, quando ebbe terminate di parlare
si toccò gli occhi che gli bruciavano e lei esclamò: "Per
fortuna! Temevo di essere impazzita. Ma a quanto pare mi
sbagliavo". Poi lo guardo e lo strinse a se.
"Meno male che ci siete voi"
"Gia", sospirò Giacomo sconsolato. - Fortuna che ci siamo noi ... – ripete
tra se lui ricambiando l'abbraccio.
Le aveva nascosto la sua
malattia. Cercava di calmarsi, ma non vi riusciva, allora fu
costretto a restare in silenzio per qualche minuto per non far
trapelare, dalle sue parole, un senso di ansietà. Poi,
finalmente, riprese: "ha detto il dottore, comunque, che è
meglio che ti tenga qualche giorno sotto osservazione presso
l'ospedale psichiatrico. E bene che tu faccia dei controlli. E
solo una routine, per sicurezza, per stare più tranquilli".
L'uomo provò pena per lei in quel momento.
Percorsero il lungo viale che
una volta era costeggiato da odorosi tigli e si avvicinarono a
casa di zia Fulvia che, provvisoriamente, era anche la
residenza di tutta la famiglia Conti.
Silvia entrò. Giacomo scorse
la zia che stava dando da mangiare al suo fido cane.
La guardò sconsolato, triste,
con gli occhi bassi, in segno di resa. Toccava a lui informarla.
"Bah. cosa ti ha detto?" Gli chiese
febbrilmente.
Giacomo le espose il contenuto
del colloquia avuto con il Dottor Valeri ma la donna rimase
impassibile e chiuse con calma la porta.
Ciascuno ha un modo
particolare di affrontare ed esprimere il dolore: c'e chi si
sfoga piangendo, chi urlando, chi distruggendo con rabbia tutto
ciò che gli capita a tiro. La zia Fulvia invece, lo esprimeva
lavando, strofinando, lustrando. Giacomo francamente, non
riusciva a penetrare in questi suoi processi mentali, ma la
lasciò fare.
– Spera in cuor suo che Silvia
ritorni in se? Eh si poverina, ecco perché continua a pulire;
si rifiuta di accettare la realtà – pensava.
Molti uomini si rifiutano,
davanti a eventi dolorosi, di accettarli; poi però si fanno
coraggio e resistono perché sanno che non
possono fare nulla. In questo,
sta la grandezza di un uomo. In questo
l'essere umano dimostra la sua forza.
Resistere. Resistere sempre,
anche nei momenti più
difficili
e avere il coraggio di
guardare in faccia la realtà, anche quando questa
è molto triste.
Naturalmente zia Fulvia non
voleva ammetterlo, ma Giacomo sapeva ora che per Silvia
purtroppo, non c'era più nulla da fare.
Non si illudeva; le illusioni per lui
erano solo fantasticherie,
inutili
pericolosi fantasmi che mistificavano la verità, occultandola
alla ragione. Illudersi significava solo continuare a perpetrare
il proprio dolore.
Non appena Silvia fu
ricoverata nell'improvvisato ospedale neuro-psichiatrico, le
giornate di Giacomo cominciavano ad essere divise tra le cure
della sua famiglia e le visite a sua moglie.
Mangiava senza appetito,
guardava la zia e i bambini che stancamente, si trascinavano su
e giù per la “casa”.
Guardava Fulvia che puliva
continuamente la cucinetta (ancora) e non riusciva a dormire,
neppure con la ricetta fornitagli dal Dottor Valeri. Chissà,
forse sarebbe tornato utile quell'intruglio che Mami aveva dato
a Silvia in Africa!
Un giorno sentì la zia che borbottava
tra se:
"non ce la faccio più!"
Non le disse nulla, ma dentro
di se
pensava: – io invece devo
farcela.
Quella sera Giacomo fu
invitato a uscire dalla stanza dell'ospedale dove giaceva
Silvia. La donna era bianca in volto, pallida come un cencio
lavato, svuotata nello sguardo, smunta: era in fin di vita.
Si stava lasciando morire. Non
mangiava più.
La sua astenia le impediva di
alimentarsi.
Guardava continuamente il
soffitto bianco di quel vecchio edificio fatiscente che una
volta aveva ospitato una caserma e che era stato
provvisoriamente adibito a ospedale.
Con gli occhi fissi nel vuoto
Silvia rivolgendosi alle persona che l'assistevano, disse:
"questo colloquio desidero averlo solo con gente consanguinea.
Perciò vorrei parlare un poco da sola con mia zia. Ti prego di
allontanarti!". Riuscì a dire in tono abbastanza deciso,
malgrado la sua sofferenza, rivolta a suo marito.
La zia Fulvia si appressò al suo letto.
"Ah Giacomo scusa, non andare troppo lontano!" Aggiunse Silvia
quando lui fu su la porta.
Egli sedeva nella sala
d'aspetto improvvisata, vicino all'uscita della stanza. Fumava
nervosamente e le dita si contraevano, sentiva un dolore
diffuso in tutto il corpo. Non era un dolore fisico quello che
provava in quel momento era un dolore ben più forte.
Poco dopo comparve la zia:
"Dice di far presto!". Gli sussurrò in un soffio, con voce roca,
come se tutto il
suo essere si fosse svuotato in quel momento. "lo vado a cercare
un fazzoletto." Gia, ma a cosa sarebbe servito se non aveva
neppure la forza di piangere?
Giacomo entrò cautamente a si
sedette sul letto, accanto a sua moglie. "Stammi vicino!"
Gli sussurro la donna. "Io
ti
chiedo scusa per tutto
ciò
che ti ho fatto
passare, per il mio intollerabile egoismo, per il mio scarso
senso di tolleranza. Io voglio bene a Blondie e sono ... sono
... felice di averla portata con me." Si sforzava nel parlare e
Giacomo non riusciva a capire se in quel momento, stesse per
spirare o si stesse facendo violenza nel dire quelle cose.
Lui comunque apprezzò il suo
gesto ... forse era l'ultimo.
Gli sedette ancora più
vicino e per un attimo, gli parve migliorata. Era piena di tubi e di feblo che alloggiavano nelle sue vane.
Gli chiese: "Saprai perdonarmi?".
"Ma certo!" Rispose
lui assecondandola.
"Bene, ora sono
più
tranquilla!" Esclamò. Poi riprese, con voce molto fioca: "In fondo non fa
male! É
come ...". Disse tirando un
profondo sospiro "... cadere giù, precipitare dall'alto di una
montagna e atterrare lievemente sul mare".
"Gia, il mare!" Espresse
l'uomo.
"Ricordi la nostra casa?" Lo
interruppe lei. 'Ricordi i tuoi discorsi? Erano belli sai!
Erano inquietanti, ma erano tanto profondi!''
"Si, ricordo ..." Ribatte
t'uomo.
"Il
senso di infinita grandezza
che
aveva per te quell'immensa
distesa bluastra; eppoi
la luna che si specchiava sul mare calmo; e quelle vaghe stelle dell’Orsa maggiore, come le chiamavi
tu; e i tramonti e la brezza; tu ne godrai ancora, mentre io
invece..."
"Ma no, Silvia che dici...”
Espresse l'uomo ma sentiva qualcosa agitarsi nel profondo
dell'animo. Una cosa indescrivibile che stava per salirgli fino
alla gola per farlo piangere. Ma forse non l'avrebbe fatto
perché lui era un uomo e doveva dare il buon esempio...
"Tu sai cosa vuol dire cadere da una
montagna?" domando lei.
"Come?" Chiese Giacomo.
"Tu sai cosa vuol dire cadere
da una montagna e sprofondare in un abisso orrido, immenso?
Tu non sei caduto in tutta la tua vita." Affermò lei.
"Si invece!" rispose Giacomo.
"E quando?" domandò la donna.
"Quando ti vidi per la prima volta al
Liceo!" Rispose lui recuperando appieno l'uso della parola.
"Già ... ma dimmi, abisso
orrido, immenso
ov'ei precipitando il
tutto oblia ... chi l'ha scritto?"
"Non lo so", rispose Giacomo
mentendo: non riusciva di nuovo a parlare, poi riprese:
"Leopardi".
“Già ma in quale canto?"
Cercava di ricordare lei.
"Canto notturno di un pastore
errante
nel l’
Asia."
Recitò suo marito.
"Bravo!" disse lei con ironia
sapendolo un profondo estimatore della poesia e del pensiero
del Poeta.
"Senti", le disse Giacomo:
"vogliamo parlare d'altro, oltre che di pocsia?".
"Preferisco parlare di
funerali!" Fece la donna in tono rassegnato.
"No!" Esclamo con dolore
Giacomo rimproverandosi di averla interrotta. "Invece io ne ho
parlato con la zia."
Giacomo aveva distolto il
viso. "Ti
ascolto, Silvia."
"Le ho detto pure", riprese
flebilmente lei, "di farmi un funerale in chiesa e tu verrai,
vero?". Ansimò, poi disse con un
filo
di voce: "bada, che è
un ordine!".
"Vu belle!" Assentì Giacomo.
"Grazie!" E fu l'ultima sua
parola.
Sue marito la accarezzò, la
baciò lievemente e le rimase seduto
accanto tenendole una mano che diventava sempre più
fredda. |